Omelia (27-02-2005)
padre Gian Franco Scarpitta
Prima di tutto, stupore e meraviglia

Leggendo le pagine della Scrittura previste dalla Liturgia di oggi la nostra concentrazione cade immediatamente sull'acqua, tema che effettivamente fa' la parte del leone nella con testualità di questa Domenica; eppure è nostro parere che l'argomento base fungente da filo conduttore ci venga dato dalle parole di meraviglia della donna Samaritana: "Tu che sei un Giudeo, chiedi da bere a me che sono una Samaritana?"
Già nel famoso episodio del malcapitato sulla strada di Gerico vittima dei briganti (Il "buon Samaritano") i Vangeli tratteggiano per implicito lo stato di conflittualità costante fra la Giudea e la Samaria, regioni non di rado protagoniste di sanguinosi scontri e rivolte vicendevoli e dalle sfaccettature culturali e sociali per nulla compatibili; e anche adesso, lo stupore di questa donna tende a porre in evidenza siffatto divario, e in più sembra affermare per inciso che nella concezione dei Giudei, i Samaritani non erano certo resi oggetto di favori divini: la Samaria era sinonimo di impurità e di perversione per cui avere a che fare con i suoi abitanti corrispondeva a non essere graditi a Dio.
Ed eccoci al punto nodale di questa liturgia. Gesù non soltanto sta trattando questa donna alla pari di tutte le altre, intrattenendosi con lei in una conversazione franca e serena che addirittura stupisce i suoi discepoli, ma, mantenendosi ben lungi dal considerare la sua e le altrui condizioni etniche e culturali, le sta anche offrendo la prospettiva della salvezza, comunicandoLe che Dio è artefice di vita eterna in senso universale, non importa quali siano le differenziazioni e le divergenze create dall'uomo. Il "dono di Dio" è indirizzato a tutti e consiste nello stesso Gesù Cristo Signore e Salvatore, entrato nella storia per riconciliarci tutti in un solo uomo, in modo tale che – per dirla con San Paolo – non esista Giudeo né Greco, né schiavo né libero, ma tutti siamo uno in Lui.
Cristo è apportatore di gioia e di vita universali e tali prospettive le si riscontrano adesso in un solo termine, del tutto semplice: ACQUA.
Come si sa, quello idrico è l'elemento senza il quale è impossibile la vita e la sussistenza della flore e della fauna, oltre che dell'uomo; nella Scrittura esso è sempre emblema di salvezza, sia quando sgorga prodigiosamente dalla roccia di Meriba (I Lettura) sia quando irrompe sulla terra violentemente a causare il "diluvio universale". In quest'ultimo caso si qualifica come materia di salvezza in quanto è elemento che distrugge per rinnovare e rigenerare a vita nuova. In Cristo l'acqua è elemento di salvezza definitiva, giacché si qualifica con la vita eterna e la realizzazione del Regno di Dio che provengono dallo stesso Cristo in forza dello Spirito Santo. Anzi, l'acqua è lo stesso Cristo, il quale dirà in un secondo momento: "chi ha sete venga a me e beva" e in tale simbologia Egli rivela se stesso come Salvatore e Figlio di Dio. Per questo la Samaritana ne ha bisogno: abituata ad un linguaggio del tutto terreno ed immediato, ella si illude di poter sopravvivere attingendo al solo pozzo di Giacobbe e anche quando sente Gesù parlare di acqua immagina subito l'elemento idrico zampillante dalle viscere della terra; tuttavia, sebbene un po' di fatica e dopo parecchi raziocini, comprende di essere inconsapevolmente assetata di Lui, del Figlio di Dio fatto uomo per la salvezza di tutti gli uomini, lei compresa.
Comprenderà altresì che per approdare a Dio non vi sarà più bisogno di un tempio specifico né di un luogo particolarmente privilegiato, poiché sarà lo stesso Cristo il "luogo" nonché il tramite per la vera adorazione di Dio; comprenderà altresì che Dio chiama tutti a salvezza, superando gli antagonismi umani e valicando le mondane differenziazioni.

Quando si arde di sete non si pensa mai alla coca cola o al wisky. Si va in cerca di acqua, e quando la si trova vi ci si immerge a capofitto senza perdersi in vane elucubrazioni o considerazioni; così anche chi accoglie Cristo nella fede: una volta scopertolo lo si Accetta gratuitamente nella gioia e nell'entusiasmo apprezzandolo come dono gratuito; ci si immerge in Lui e a Lui si affidano tutti gli aspetti della nostra vita, considerando la Sua centralità nel nostro quotidiano. E va aggiunto che di Lui non ci si deve mai vergognare, ne bisogna ritenersi indegni e non meritori dei suoi benefici: alla pari della Samaritana che è invitata ad accettarlo nonostante la sua appartenenza culturale e che scoprirà in Lui il vero Dio, così anche noi, seppure peccatori e anelanti al vero lo si deve accettare come dono gratuito e lasciarsi avvincere dalla sua amicizia.
E se Cristo supera le differenze anche da parte nostra vanno superate in lui le distinzioni e incrementata la tolleranza e la pluralità nella logica dell'accettazione reciproca e della solidarietà, affinche si realizzi l'unione e la concordia fra i popoli e finalmente fra i singoli uomini e venga infranta ogni barriera e soppiantata qualsivoglia divisione e dicriminazione.
Tanto più che Cristo è un'acqua del tutto singolare: contrariamente a quanto avviene di solito è Lui a proporsi per primo agli uomini come elemento dissetante e questo ancora una volta ci rende consapevoli della gratuità del dono e della convenienza di una radicale trasformazione di vita nel Suo nome. Come vuole il tempo di Quaresima.