Omelia (14-12-2014)
mons. Vincenzo Paglia
Commento su Gv 1,6-8.19-28

Introduzione

Il messaggero, annunciato nel vangelo di domenica scorsa, è descritto in modo più dettagliato dall'evangelista Giovanni. Egli ci ricorda, infatti, i dialoghi che Giovanni Battista ebbe con sacerdoti e leviti, venuti da Gerusalemme per interrogarlo. Era forse il Messia? No, rispose Giovanni Battista: " Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia " (Gv 1,23).

Sant'Agostino commenta: "Giovanni Battista era una voce, ma in principio il Signore era il Verbo. Giovanni fu una voce per un certo tempo, ma Cristo, che in principio era il Verbo, è il Verbo per l'eternità" (Serm 293)

" Egli - dice l'evangelista Giovanni - venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui ". Vi sentiamo un'eco del prologo: "Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo " (Gv 1,9).

Anche noi dobbiamo essere suoi testimoni (Gv 15,27) e ciò, prima di tutto, nella santità delle nostre vite perché " mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia " (Is 61,10).


Omelia

L'autore del quarto vangelo invece ci introduce alla testimonianza del Precursore. Dopo aver richiamato alcuni versetti del prologo, il testo della liturgia inizia con Gv 1,19: «Questa è la testimonianza di Giovanni...». Tutta l'attenzione dell'evangelista è dunque concentrata sul testimone e sulla qualità della sua testimonianza. Ma sorprendente è il modo con cui viene presentata questa testimonianza. Veramente nel quarto vangelo al Battista si addice il testo di Isaia: essere voce di un annuncio che orienta e attrae verso quella Parola di cui il testimone afferma la presenza in mezzo agli uomini e di cui attesta la verità. La domanda posta a Giovanni riguarda la sua identità: «Tu chi sei?... Sei tu il profeta?... Che cosa dici di te stesso?» (cfr. 1,19-22). Ma Giovanni non è il testimone di se stesso. E d'altra parte, paradossalmente, il Battista afferma la sua identità attraverso una negazione, quasi scomparendo per lasciare lo spazio a Colui sul quale deve essere concentrata la ricerca dell'uomo (Gesù domanderà ai due discepoli di Giovanni che lo seguivano: «Chi cercate?»: Gv 1,38). Il Precursore, in qualche modo, ritiene solo curiosità una domanda che riguarda la sua identità. La vera domanda è altrove: chi è Gesù? Solo se si inizia un cammino a partire da questa domanda, che ciascuno deve porsi nella verità, si può giungere alla stessa esperienza del Battista e cioè conoscere Gesù per testimoniarlo. Ed è per questo che il quarto vangelo concentra la nostra attenzione sul verbo testimoniare e attorno a esso fa ruotare tutta la figura di Giovanni.


In Gv 1 ci vengono offerti molti elementi che caratterizzano la testimonianza del Battista. Ne evidenziamo solo alcuni. Anzitutto, come abbiamo già sottolineato, Giovanni è pienamente consapevole che la sua intera vita, e dunque la sua testimonianza, sono totalmente in relazione al Cristo. Di fronte a coloro che lo interrogavano sulla sua identità, Giovanni insiste nel dire chi non è. La sua risposta appare come uno sfondo scuro che crea un contrasto e permette alla luce di manifestarsi: egli è solo «una lampada che arde e risplende» (Gv 5,35), non la luce; è «l'amico dello sposo» (3,29), non lo sposo; è il testimone della verità, non la Verità; è la voce, non la Parola. Certamente una vita che sembra fondarsi su di una negazione ci lascia attoniti; ma è una negazione (una kenosis) necessaria per fare spazio a Gesù. In questa paradossale perdita di identità, Giovanni ritrova se stesso ed è per questo che la sua gioia è piena.