| Omelia (20-10-2002) |
| don Elio Dotto |
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Religione e politica Ci sono discussioni che si ripresentano con regolarità nel corso della storia: e pare che ad esse si possano dare - di volta in volta - risposte soltanto parziali e provvisorie. Così appunto accade per il tema dei rapporti tra religione e politica. Ancora di recente la questione è stata dibattuta in margine ai lavori della Convenzione che sta elaborando una proposta di costituzione per l'Unione Europea. Infatti a molti non è piaciuta l'intenzione di escludere dalla futura carta costituzionale ogni riferimento a Dio ed all'esperienza religiosa: e non è stato soltanto il Papa a protestare per un simile orientamento. Certamente l'intreccio di religione e politica è questione delicata: basta pensare ai problemi che sono sorti lungo i secoli quando l'integralismo religioso ha condizionato la vita politica. Ancora oggi inquietano e preoccupano certe azioni di violenza che vengono compiute "in nome di Dio". E tuttavia la questione non si risolve contrapponendo i due termini - religione e politica - oppure facendo finta che uno dei due termini non esista. Esattamente così - invece - facevano i farisei al tempo di Gesù: da una parte alcuni di essi erano compromessi col potere politico dei romani, al quale chiedevano privilegi e protezione; dall'altra, però, la maggior parte di essi non era capace di aiutare il popolo a vivere la fede di Abramo all'interno di quel preciso contesto storico-politico. In pratica, i farisei favorivano la contrapposizione di religione e politica, essendo questa la via più comoda da seguire; ed erano infastiditi da chi cercava invece una sintesi tra i due termini. Appunto da questo fastidio nasce la domanda che viene posta a Gesù, come leggiamo nel Vangelo di domenica (Mt 22,15-21): "È lecito o no pagare il tributo a Cesare?" (Mt 22,17). Con tale questione i farisei vogliono che Gesù si contraddica: posta così, infatti, la domanda ha come sbocco o la critica alla sottomissione a Dio o la critica all'autorità di Cesare. In ogni caso, dunque, la risposta smentirebbe quella sintesi tra religione e politica che Gesù in precedenza aveva sempre cercato di mantenere. Il Maestro, però, non si lascia incastrare dai farisei: abilmente rovescia la questione, mettendo in luce la cattiva fede dei suoi interlocutori. Essi, infatti, presentando a Gesù una moneta con l'effigie di Cesare, ammettono di riconoscere già - nella loro pratica quotidiana - l'autorità dell'imperatore di Roma: e dunque dichiarano - pur senza volerlo - che quell'autorità è compatibile con la loro esperienza religiosa. In tal modo sono i farisei stessi a suggerire la conclusione a cui Gesù arriva: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21). Dunque, è ovvio che l'autorità politica deve essere rispettata: così di fatto tutti fanno, utilizzando quei soldi il cui valore legale è garantito dall'autorità politica. Ma ciò non vuol dire che l'autorità di Dio rimanga indifferente all'uso che tutti fanno dei soldi. Appunto: rendere a Cesare quello che è suo non ci esonera dal rendere a Dio quello che gli appartiene; e quindi dall'interrogarci di fronte a Dio su quello che è giusto fare. Proprio così si evita la contrapposizione tra religione e politica: e si impara che la partecipazione alla vita civile - nel rispetto delle sue regole proprie - può trovare nuove risorse proprio grazie all'invocazione del nome di Dio. |