| Omelia (22-06-2014) |
| don Luciano Cantini |
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Carne e sangue Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo Nel vangelo di Giovanni le parole si cercano e si rincorrono, caricano il discorso di nuovi termini, di nuovi significati, così arricchite ci vengono donate per suscitare reazioni, interrogativi come pure incomprensioni. Pane è parola di passaggio che traghetta la vita dal cielo all'eternità per poi trasferirla alla carne e al mondo. Come l'acqua viva, offerta alla samaritana (4,10), è l'acqua fresca di sorgente che invoglia ad essere bevuta così il pane vivo è il pane fragrante di forno dal profumo inebriante che riempie la casa, quello che spinge istintivamente ad essere spezzato e mangiato perché meglio sprigioni gli aromi e i sapori. Questo è il Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo per l'uomo, che vive la relazione per..., diventato dono per..., messosi a servizio per.... Questo pane è la carne per la vita del mondo. Nel prologo si legge che il Verbo si è fatto carne (1,14), la Parola che dal principio era presso il Padre, diventata carne - entrata nella storia, è l'offerta di vita per l'uomo che se ne nutre. La carne e il sangue sono immagine della debolezza e della fragilità umana (Cfr. 1,13); la Parola si è fatta debole e fragile come lo è l'uomo: è proprio l'umanità di Gesù calata nella storia che ci permette di vedere, ascoltare, toccare il mistero di Dio. Incontrando la carne incontriamo l'amore di Dio in carne umana, nella fragilità e debolezza della esperienza umana. È Pane, e carne, disceso dal cielo perché la distanza infinita tra Dio e l'uomo, tra il cielo e la terra è stata attraversata da Gesù. Se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue Per sette volte Gesù, in modi diversi, ripete la stessa cosa: in modo negativo, poi affermativo, spiegando, rivelando cause e relazioni, comparando, confermando. Per sette volte ci chiede di mangiare: viene usato il verbo Trōgō che significa masticare, può sembrare un termine crudo che precede il nutrimento ma rappresenta nello sminuzzare con i denti il gesto che libera il gusto e nello stesso tempo il primo passo della digestione, della assimilazione. Gesù ci chiede di assimilare lui, la sua debolezza e la sua fragilità che si è offerta e fatta dono. Alla discussione aspra dei Giudei Gesù aggiunge un nuovo elemento, dirompente: il sangue. Per i giudei il sangue è veicolo della vita, la sede dell'anima, separare il sangue dalla carne significa morte. Gesù si offre come dono fino alla morte; la sua carne e il suo sangue sono spesi e messi in gioco per la vita dell'uomo, per la vita degli altri; un amore totale, è l'amore di Dio. Gesù chiede di mangiare, di assimilare la carne e il sangue, di far entrare in noi quel mistero d'amore totale. A noi è chiesto che questo dono ricevuto plasmi anche i nostri pensieri e i nostri sentimenti in una vita trasformata in dono. Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale (Rm 12,1). Colui che mangia me vivrà per me Dio è mistero di relazione tra il Padre e il Figlio nel vincolo d'Amore che li unisce, così è anche per l'uomo, che si lascia assimilare in Cristo. Questa profondità di comunione scandalizza, scuote l'umano sentire sempre più indirizzato verso l'individualismo e l'egocentrismo. La fede cristiana ci dice che siamo relazione, comunione, si vive nell'Altro e per l'Altro. La comunione a cui siamo chiamati mangiando e bevendo non è per appagare la nostra fame e la nostra sete, come gli israeliti nel deserto, ma per la fame e la sete degli altri, vivere per Cristo in dono totale di sé. Mangiare e bere non è compiacersi di un rito domenicale abitudinario e addomesticato alle nostre esigenze più o meno spirituali, che non costa nulla e non impegna. Piuttosto vivere la comunione con Gesù che ha chiaro: Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera (4,34). |