Omelia (27-04-2014)
CPM-ITALIA Centri di Preparazione al Matrimonio (coppie - famiglie)
Commento su At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

Non abbiamo ancora dimenticato il suono glorioso dell'alleluia pasquale che nella veglia ha annunciato al mondo ed in particolare a noi cristiani la Risurrezione di Cristo. Già allora era difficile credere a questo evento straordinario, gli apostoli ed i discepoli erano pieni di stupore per quel Gesù che dopo la crocifissione era ancora vivo dopo tre giorni, anche oggi per noi non è facile credere se non siamo supportati dalla "fede" e dalla "speranza" che risorgeremo con Lui. La liturgia del giorno di Pasqua ci ha dato una grande e nuova speranza, Cristo è il nostro salvatore, il nostro liberatore, viviamo la nostra vita aggrappati a lui e saremo felici.
La liturgia di questa domenica dopo Pasqua ci ricorda quale dovrebbe essere la vita del cristiano, come dovrebbe accogliere con serena pazienza le cose negative e come dovrebbe essere la fede vera per vivere alla sequela di Cristo.
Nella prima lettura tratta dagli atti degli apostoli, Luca ci presenta la vita delle prime comunità cristiane.

"Tutti coloro che erano stati battezzati, vivevano in comunione, erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli, nello spezzare il pane e nella preghiera".

Tutti i credenti vivevano insieme, vendevano ciò che possedevano e lo dividevano secondo le necessità di ognuno, mangiavano il pane nelle loro case dove vivevano in semplicità e con il cuore pieno di letizia. Frequentavano ogni giorno il tempio e godevano il favore della gente".

La comunità si arricchiva ogni giorno di quelli che erano salvati.

Impensabile oggi, una vita così!

Forse in qualche piccolo paese dove tutti si conoscono, dove vivono esperienze in comune, dove tutti si sentono ancora solidali con gli alti, si può vivere la realtà che i primi discepoli indicano per realizzare la vera comunità.

Oggi siamo tutti chiusi nelle nostre case, con le nostre cose, con i nostri affetti, con le nostre esigenze, con le nostre fatiche, anche con i nostri sogni non condivisi perché solo nostri e di pochi intimi.

La realizzazione della comunità viene riservata alla parrocchia, attraverso i suoi gruppi famiglia, o altro, ma raramente si concretizza, perché, chiusi in noi stessi, non siamo più capaci di accogliere gli altri con le loro caratteristiche e ci manca l'umiltà di lasciarci accogliere nella nostra nullità.

Molte attività o servizi che si fanno in parrocchia spesso sono frutto delle nostre insoddisfazioni personali, ed allora perché non fare un po' di volontariato? Ma sì, può farci bene! Spesso, purtroppo, nelle nostre parrocchie non si condivide neppure la pratica religiosa e la spiritualità, essenziale alla nostra anima.
Con il ritornello del salmo 117: Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre" il salmista ci ricorda la preghiera della casa d'Israele, della casa di Aronne e di tutti quelli che temono il Signore, ma soprattutto vuole far comprendere come l'umile falegname di Nazareth, non tanto per mezzo della sua morte quanto piuttosto della sua Risurrezione è diventato "testata d'angolo". L'opera del Signore è diventata cosa meravigliosa ai nostri occhi.
Nella seconda lettura l'apostolo Pietro ci ricorda che siamo stati "rigenerati per mezzo della risurrezione di Cristo dai morti per una speranza e una eredità che nessuno ci può togliere perché è conservata da Dio per ciascuno e siamo custoditi per mezzo della fede sino alla rivelazione dell'ultimo tempo".

Pietro continua affermando che per questa salvezza eterna vale bene la pena, oggi, di sopportare con pazienza ciò che di negativo può capitare nella nostra vita quotidiana. Nel nostro cammino terreno siamo supportati dalla fede che non deve mai essere trascurata ma invocata affinché possiamo percorrere con gioia la strada che Dio Padre ha "destinato" a noi per la salvezza.

Questa lettera di Pietro, o meglio probabilmente scritta dalla tradizione petrina, è scritta in greco elegante, quando si trovava già a Roma, per i popoli dell'Asia minore, cioè per i cristiani della "seconda generazione", ovvero per coloro che non hanno conosciuto il Signore, ma che in lui credono fermamente.

Potrebbe anche essere paragonato ad una omelia per la liturgia battesimale, in quanto con il battesimo diventiamo coeredi della salvezza.
L'Apostolo Giovanni nel Vangelo, ci ricorda l'episodio in cui Gesù, dopo la sua risurrezione entra nella casa dove erano radunati gli apostoli per paura dei Giudei, a porte chiuse, e si manifestò loro augurando pace e bene, poi fece anche vedere le mani ed il costato perché essi potessero credere che era proprio lui. Tommaso non era presente e deve attendere otto giorni per vedere Gesù.

Giovanni concentra sulla figura di Tommaso la resistenza alla fede, perché non essendo presente e non avendolo visto non crede. Solo quando si trova davanti il Cristo fa la sua professione di fede e Gesù lo rimprovera dicendo: "Tommaso tu credi perché hai visto, beati quelli che crederanno senza vedere". Ma Gesù perdona Tommaso, perché comprende che il suo dolore gli impedisce di credere all'amore, al sacrificio all'impegno e lo guarisce dall'incredulità.

Leggendo questo brano ci sentiamo tutti come Tommaso, infatti come è difficile credere senza spaccare il capello in quattro. Vogliamo sempre delle certezze, forse perché il nostro cuore non è più limpido come quando eravamo bambini.

Ma probabilmente con l'incredulità di Tommaso san Giovanni vuole far comprendere come nella Chiesa ogni persona ha i suoi tempi, che vanno rispettati, per arrivare a credere con gioia e speranza.

Gesù dice ancora agli apostoli: "Come il Padre ha mandato me così io mando voi..." con queste parole, con un atto di coraggio immenso fonda la sua Chiesa, costituita da uomini peccatori, e come Dio che crede nell'uomo gli affida il mandato del "perdono.

Gesù nella sera di Pasqua istituisce la "riconciliazione" soffia sugli apostoli e dice: "Ricevete lo Spirito Santo, a coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati, a coloro che non perdonerete non saranno perdonati".

In questo brano per ben tre volte Gesù saluta i suoi discepoli con la frase: "pace a voi", la pace è il dono pasquale che Dio fa a ciascuno, tutti cerchiamo la pace, tutti parliamo di pace, ma non riusciamo a trovare pace perché la pace è un dono di Dio e solo lui può concedercela. Non troviamo pace perché forse abbiamo riposto la pace nelle piccolezze umane. La vera pace che viene da Dio non si perde mai, perché Lui è fedele a noi, ci accoglie con le nostre miserie, con le nostre debolezze e ci perdona sempre. L'orgoglio ci impedisce di perdonarci, e soprattutto non siamo capaci di perdonare gli altri, i giusti siamo noi, sono gli altri che sbagliano!
Per la riflessione di coppia e di famiglia:
- Luca ci tramanda la vita delle prime comunità cristiane: che cosa facciamo perché almeno la nostra famiglia e le nostre parrocchie possano essere simili a loro?

- La fede in Dio e la speranza ci aiutano a vivere una autentica vita cristiana?

- Il Gesù Cristo in cui crediamo è per noi veramente il Risorto e questa certezza ci aiuta ad accettare le cose negative della nostra vita terrena?

- Credere senza vedere cosa per l'uomo molto difficile: noi chiediamo nella preghiera al Signore di aumentare la nostra fede e, attraverso questa, di comprendere l'amore che Dio ha per noi?
Gianna e Aldo - CPM Genova