| Omelia (30-03-2014) |
| don Michele Cerutti |
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Commento alla liturgia Siamo sempre più immersi in questo periodo dell'Anno Liturgico, la Quaresima, che ci invita in maniera sempre più stringente a rispondere all'invito di convertirci e credere nel Vangelo. Le icone, che la Liturgia ci invita a contemplare, sono quelle adottate nella Chiesa Antica per accompagnare i catecumeni a camminare verso il Battesimo da celebrarsi nella notte di Pasqua. Quella del cieco nato colpisce perché mette in evidenza quella correlazione inversa di chi apre gli occhi e vince la cecità grazie al dono della fede e di chi al contrario, invece, li chiude a causa della chiusura al dono di Dio. I protagonisti di questa vicenda sono oltre al Maestro e al cieco anche gli oppositori che a causa della loro ostinazione chiudono gli occhi del cuore e impediscono alla grazia di filtrare. A questo tipo di polemiche siamo abituati. Focalizziamo l'attenzione invece su un'altra dimensione importante quella della risposta ai tentativi di chi perseguita la nostra identità cristiana. Andiamo con ordine e entriamo nel brano. Gesù agisce sul cieco non perché questi lo abbia pregato ma perché è un'iniziativa gratuita di Dio Davanti a quell'uomo provato i discepoli si fanno interpreti di una visione che sembra non debellarsi ai nostri giorni. Per i discepoli la causa della cecità è dovuta ai peccati suoi e dei suoi genitori. Gesù afferma che la cecità è dovuta al fatto che in Lui si visibilizzi l'amore di Dio. Dio agisce anche in quelle vite che ai nostri occhi appaiono insignificanti e anzi da eliminare nella concezione efficientista della nostra società. Il Signore lo guarisce e il solo invito che gli fa è di lavarsi alla piscina di Siloe. Questo dimostra il rispetto del Signore per la nostra libertà non lo guarisce contro la sua volontà. La gioia del cieco è così grande che al comando del Signore infrange il tabù del Sabato. I doni grandi che il Signore concede a noi superano ogni vincolo formale della Legge. E' un gesto che apre le incomprensioni. Ogni brano del Vangelo va letto nel contesto di chi scrive. Il testo evangelico è della scuola giovannea ed è redatto nel 70 dopo Cristo quando le comunità cristiane iniziavano a subire la persecuzione. I discepoli di Giovanni, trascrivendo questo episodio, di cui il loro maestro era stato testimone, offrono ai lettori del tempo delle riflessioni importanti anche a noi cristiani del XXI secolo, visto che il Vangelo ci fa rivivere nell'oggi questi eventi. La riflessione che vuole suscitare è la capacità di essere in grado a rispondere con coraggio alle provocazioni di chi attacca il cristiano da sempre. L'atteggiamento che possiamo scorgere in questo brano è di due tipi. Il primo tipo è quello timoroso dei genitori del cieco chiedete a Lui. Nelle prime comunità non tutti erano coraggiosi e qualcuno perfino incensava le divinità pagane piuttosto di essere uccisi e quelli che provenivano dal giudaismo temevano ripercussioni dai compagni di fede ebrei. Il cieco nato guarito invece cresce nella sua fede e questo crescere nella fede gli permette di professare la sua fede davanti a Gesù che lo ha guarito non curante delle ripercussioni di cui poteva soffrire. Noi oggi abbiamo il coraggio della fede davanti agli attacchi che ci vengono perpetrati. Il coraggio è oggi più che mai l'unica strategia vera di nuova evangelizzazione. In questo anno di pontificato lo dimostra Papa Francesco che, con la semplicità che lo contraddistingue, non ha intaccato minimamente la proposta cristiana. Questo coraggio dovrebbe abitare in tutti noi cristiani per affrontare le grandi sfide del contesto in cui viviamo. Non facciamoci prendere da timori il Signore c'è sempre vicino e ci dà il coraggio di affrontare il Lunedì quando è più difficile visibilizzare la nostra appartenenza alla Sua Chiesa. |