| Omelia (11-05-2014) |
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COMMENTO ALLE LETTURE Commento a cura di don Davide Arcangeli Quando ero ragazzino, andando in montagna con un campeggio, ho provato molto stupore nell''osservare una ragazzina, più o meno della mia età, figlia di un pastore del paese, che conosceva per nome tutte le mucche del suo gregge. Per me erano assolutamente tutte uguali, per lei invece erano tutte diverse e dava a ciascuna un nome, parlando loro con affetto. Così è anche il rapporto che Gesù, buon pastore, ha con il suo gregge. Egli chiama le pecore per nome ossia tratta la sua chiesa non solo come un gregge unico e indistinto, ma come un insieme di persone ognuna con la sua specificità, con il suo nome. Il nome infatti dice non solo un aspetto formale, esteriore, ma l'identità stessa della persona, il suo mistero più profondo, ciò che distingue quella persona da tutte le altre. Gesù ci conosce così profondamente, chiamandoci per nome, e noi possiamo distinguere la sua voce da tutte le altre. Credo abbiate anche voi esperienza che, se in mezzo a tante persone cogliete qualche sillaba della voce di una persona cara, immediatamente la riconoscete. Una volta in chiesa, in mezzo a tante persone, ho potuto capire che c'era mio babbo soltanto sentendo un colpo di tosse. Così accade anche per noi con Gesù: non solo lui ci conosce fino in fondo chiamandoci per nome, ma anche noi riconosciamo la sua voce. Anche se non l'abbiamo mai visto in carne e ossa, noi possiamo riconoscere la sua voce perché lui parla alla profondità del nostro cuore. Questa intimità e reciproca conoscenza oltrepassa l'immagine del pastore e delle pecore: Gesù non solo ci guida come pastore, ma ci ha anche donato tutto il suo corpo, perché attraverso di esso noi possiamo entrare nella vita. Gesù è dunque la porta dell'ovile, perché dal suo corpo, che reca su di se i segni della sofferenza e del male che gli abbiamo inflitto, noi siamo guariti e possiamo entrare nel pascolo della vita. Dice infatti Gesù: io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Dove cerchiamo la vita? Lavoro, affetti, figli, hobby, divertimento... queste sono cose tutte buone, ma non possono dare la vita. Se la cerchiamo li, siamo facile preda del ladro, che viene a rubare, che in Giovanni è metafora del male. Il male esiste e non solo come possibilità di sbagliare, ma come una forza attiva che sfrutta delle cose buone, per poi distruggere, portare alla morte, attira con un'esca per poi divorare. E cos'è la morte? È in fondo ciò a cui porta il rifiuto di Dio, che si annida in noi ogni volta che pensiamo di ottenere la vita da qualcuna delle cose buone che lui ci dona e non da lui stesso. Potere, avere, piacere: sono doni di Dio, ma quando cercati per se stessi e non ricevuti come dono, essi sono l'esca con cui il male vuole consumare, estenuare l'essere e la vita, perché solo Cristo può dare la vita e darla in abbondanza. Aprire il cuore a Cristo e lasciare che egli divenga la porta per entrare nel mistero di Dio non significa sminuire la vita e tutte le cose belle che accadono, ma fare di essa un sacramento dell'incontro con Dio! La nostra vita è una porta aperta per entrare in comunione con Lui. Anche le sofferenze e le fatiche, le privazioni e le tristezze di questa vita possono diventare una porta aperta, se ci affidiamo a Lui, se lasciamo che le sue piaghe, aperte sulle nostre ferite, possano risanare e purificare il nostro dolore e donare in cambio la gioia. |