| Omelia (06-04-2014) |
| mons. Gianfranco Poma |
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Io credo, Signore: tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene in questo mondo Il cap.11 del Vangelo di Giovanni ci presenta l'incontro di Gesù con la famiglia "che egli amava", di Lazzaro, Marta e Maria, in un momento drammatico della loro vita e pure della sua. Siamo alla fine della prima parte del Vangelo: poi egli ci mostrerà fino a che punto egli stesso si fa compagno della nostra oscurità, perché appaia la gloria di Dio. Qui, facendoci lettori di questa pagina, identificandoci con Marta, Maria e pure con Lazzaro, siamo invitati a percorrere fino in fondo la nostra umanità, a lasciar emergere le domande più drammatiche, a sperimentare persino la morte, ascoltando la voce di Colui che con il suo Amore non ci lascia mai soli e ci dice: "Io sono... Tu credi?". E ci dona la "vita": noi vogliamo i miracoli, Lui ci dona se stesso, l'Amore, la Vita, Dio. Nel momento nel quale crescono le minacce delle autorità giudaiche, Gesù si ritira al di là del Giordano, dove Giovanni battezza. Lì lo raggiunge il messaggio delle due sorelle: "Signore, colui che tu ami è malato". "Signore" è il modo con cui nel Vangelo di Giovanni ci si rivolge a Dio: le due sorelle esprimono la loro fede in Gesù. Non fanno il nome di Lazzaro, dicono: "colui che tu ami, è malato". La loro è una preghiera fiduciosa, ma al tempo stessa piena di angoscia: "Se tu sei il "Signore", perché "colui che tu ami" soffre?" Con la reazione di Gesù, il Vangelo ci rivela nello stile dell'ambiguità tipica di Giovanni, il senso nuovo che con Lui assume la malattia, la fragilità dell'uomo: "Proprio la debolezza non è finalizzata alla morte, ma è per la gloria di Dio, perché venga glorificato il Figlio di Dio attraverso di essa". È la grande rivelazione di Gesù: nella fragilità c'è Dio. Gesù mostrerà che cos'è l'Amore per colui che egli ama. E questo prepara la pienezza della rivelazione: proprio nella sua morte apparirà la gloria di Dio. Noi vorremmo che non ci fosse la fragilità, la malattia, il dolore, la morte: egli rivela che Dio, l'Amore, sta dentro anche la morte per riempirla di una pienezza di vita che la rende, già, vita eterna. "Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro", ribadisce Giovanni: davvero Gesù li ama. Occorrerà lasciarsi amare, non pretendere l'amore. Per questo Gesù attende due giorni prima di muoversi: è Lui che liberamente conduce gli eventi. È Lui che ritorna dentro una situazione che, come temono i discepoli, diventerà di morte anche per Lui, ma l'Amore è la forza di Dio che, misteriosamente, vince la morte. "Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato, ma io vado a svegliarlo", dice Gesù. E Lui parlava della morte: da "malato", adesso "il nostro amico" è "morto". Tutto è "perché voi crediate": così Giovanni ci avverte che tutto è "segno" per il cammino della fede dei discepoli (e nostra) che come mostra Tommaso, è ancora da compiere. Lazzaro ormai "da quattro giorni è nel sepolcro", tanto che "molti Giudei erano venuti a consolare Marta e Maria per il fratello". Adesso Gesù viene. Marta, abbandonando il gruppo di coloro che sono venuti per consolare lei e la sorella, gli va incontro. Chi è Gesù per lei? "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chieda, Dio te la concederà". Per Marta Gesù non è un guaritore come tanti altri, ma un uomo che per la sua relazione particolare con Dio, può veder esaudita la sua preghiera. Comincia così un dialogo tra Marta e Gesù che la conduce ad oltrepassare la concezione ebraica della fede nella risurrezione dei morti alla fine dei tempi, fino a fare di lei la figura esemplare di chi crede in Lui. "Io sono...": la risurrezione non è collocata in un lontano futuro, ma è qui e ora, nella fede in Lui, nell'incontro personale con Lui. "Credi questo?" Adesso Marta può rispondere con un atto di fede che fa di lei la perfetta credente: "Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio, colui che viene nel mondo!". Marta crede che il Signore è l'irruzione nel mondo della vita di Dio: la fede in Lui la rende partecipe, già adesso, della vita di Dio, che la morte non può distruggere, ma che da un senso nuovo all'esistenza umana. Adesso Marta si ritrae, invitando Maria ad accostarsi a Gesù: "È qui e ti chiama". A confronto dell'incontro con Marta, con la confessione di fede che rappresenta il punto più alto dell'evento, quello con Maria prostrata ai piedi di Gesù, in pianto, circondata dai vicini, dai Giudei, mette in evidenza la drammaticità del dolore che la fede non elimina. Anche Maria, amata da Gesù, crede in Lui, eppure piange. Tutti piangono, anche Gesù piange: in modo nuovo (forse unico), Giovanni ci fa entrare profondamente nel mistero del Cristo, figlio di Dio, venuto in questo mondo. Se l'incontro con Marta rivela la sua dimensione divina, l'incontro con Maria quella umana. Gesù piange con Maria e con quelli che erano venuti con lei: "Se tu fossi stato qui..." "Guarda come lo amava!" Mistero dell'Amore (Dio) che per un attimo appare impotente di fronte alla morte: proprio Marta, la credente dice: "ormai puzza: già da quattro giorni è lì". Ma poi Gesù "si commosse nello spirito e scosse se stesso": l'Amore (Dio) vince la morte. Si commosse profondamente. Gesù si rivolge proprio a Marta, la credente: "Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?". Se prima ha fatto la professione di fede, adesso è chiamata a credere in Lui, inviato di Dio in questo mondo drammaticamente fragile, con tutta se stessa. E Gesù prega: "Ti ringrazio, Padre..." e con la sua preghiera Gesù proclama che tutto è "perché credano che tu mi hai mandato". Tutto è per "la fede" di coloro che si sono mossi attorno a Lazzaro, l' "amico" di Gesù, il "nostro fratello", che è "malato", "morto", "sepolto", per la fede di Marta, Maria, coloro che piangono con loro: oggi tutto è per la nostra fede. Adesso Gesù grida con voce forte: "Lazzaro, vieni fuori!". Per chi grida Gesù? Per Lazzaro, o per Marta, Maria...per noi che vorremmo che "colui che ci ama" fosse sempre presente ad impedire il dolore e la morte, perché invece, credendo in Lui cominciamo a vivere con Lui che soffre, piange, muore con noi, una vita piena d'Amore che non finisce neanche con la morte? Ecco: il problema è la fede che ci fa entrare, già, in una vita che è talmente grande, divina, che è già eterna. La fede in Gesù, Dio con noi, è la nascita alla pienezza della vita: credere significa uscire da una umanità chiusa, come una tomba che ci impedisce di vivere. Al grido di Gesù, al fremito del suo Amore che lo scuote profondamente, "uscì, colui che era morto, legato ai piedi e alle mani con bende, e con il viso avvolto da un sudario". Lazzaro "uscì": uscire, è l'inizio della vita. E l'invito: "Liberatelo e lasciatelo andare", è rivolto a tutta la comunità: non stare fermi, schiacciati dal dolore senza speranza, di fronte al dono di una vita infinita, essere costruttori di libertà. Gesù è tutto questo: Lui stesso cammina dentro il dolore, la morte, con l'Amore del Padre, che lo fa "uscire" dal sepolcro per liberare il mondo. Nell' "amico" Lazzaro, che rimane avvolto nel suo silenzio, è impresso il volto di ciascuno di noi: restiamo chiusi in noi stessi, in attesa di un Dio che faccia come noi vorremmo, o crediamo e gustiamo l'Amore di Colui che ci dona se stesso per una vita infinita? E come comunità di "credenti" viviamo l'esperienza di Colui che ci invita ad essere persone che si aiutano a far cadere le bende dai nostri piedi, dalle nostre mani, a liberare il nostro volto, per essere persone che camminano nella libertà? Di fronte a Gesù che grida, chiamando alla vita, si delinea drammaticamente un mondo che decide di condannarlo a morte: la fede nel Figlio di Dio "che viene nel mondo", è una sfida e una scelta coraggiosa di libertà. |