Omelia (30-03-2014)
dom Luigi Gioia
Andò, si lavò e tornò che ci vedeva

Ogni volta che si rilegge il Vangelo del cieco nato non si può non restare stupiti di fronte all'atteggiamento dei farisei, messo in rilievo anche dall'ironia con la quale l'evangelista Giovanni lo presenta. Hanno di fronte un cieco nato che recupera la vista - una cosa inaudita, impossibile - ma non esprimono nessuno stupore. In nessun momento, neanche all'inizio, si lasciano sorprendere. Fin dall'inizio c'è in loro una resistenza implacabile e ostinata di fronte a quello che è appena avvenuto.
Questo mendicante era noto a tutti, tutti sapevano che era cieco, che non era un impostore, eppure i farisei cercare strenuamente di negare questa evidenza. Chiamano i genitori, pur sapendo che questi non sono liberi di dire la verità a causa della minaccia di espulsione dalla sinagoga che pesava su tutti coloro che riconoscono in Gesù il Messia. Interrogano dunque, ma non vogliono udire la sola risposta che corrisponde alla verità. Continuano a negare i fatti anche durante il secondo interrogatorio del cieco. Alla fine, come sempre in questi casi, non potendo negare oltre i fatti, non potendo sopportare la schiacciante evidenza dell'accaduto, decidono di sopprimere colui che ne è la prova vivente - ricorrono alla violenza, espellono il cieco nato dalla sinagoga.
Come si può qualificare questo accanimento dei farisei, questa negazione dell'evidenza, questo rifiuto di vedere i fatti se non come un accecamento? La vera cecità non è quella del cieco nato, ma quella dei farisei che non vogliono vedere, non vogliono riconoscere che Gesù è il Messia.
Ma questa quarta domenica di quaresima abbina al vangelo del cieco nato il racconto dell'invio di Samuele da parte Signore per ungere il nuovo re di Israele e orienta in questo modo la nostra riflessione sulla vera natura della cecità spirituale. Vediamo anche un grande profeta come Samuele - quindi un uomo di Dio, un uomo aperto alla volontà di Dio, un uomo che cerca di farsi semplicemente il trasmettitore di quello che Dio gli chiede - ebbene, vediamo che anche in un uomo di Dio ci può essere una certa resistenza al Signore, una certa cecità, analoga a quella dei farisei. Non affronta la missione che gli è stata affidata con un cuore completamente libero e aperto. Ha già un'idea preconcetta di come deve essere il nuovo re - e questa idea è sbagliata. Appena arriva nella casa di Iesse e vede il suo primogenito Eliab dice tra sé e sé: Certo davanti al Signore sta il suo consacrato. Certamente questa è la persona giusta. Pensa in questo modo perché Eliab era il primogenito, il più importante nella casa, e poi perché aveva una bella prestanza, una bella statura, si presentava bene, fin dalla sua infanzia era stato educato per comandare poiché doveva ereditare tutto. Da un punto di vista umano, era la persona più adatta per diventare re.
Certo, l'atteggiamento dei farisei e quello di Samuele sono diversi. I farisei rifiutano l'evidenza perché hanno già deciso che Cristo non può essere il messia. Samuele invece sembra semplicemente commettere degli errori, ma resta aperto e cerca, aspetta una conferma del Signore. Ma se l'esito finale è diverso, resta che all'inizio sia i farisei che Samuele non hanno visto bene, non hanno guardato le cose nel modo giusto. Sia Samuele che i farisei erano accecati. E questo ci invita dunque a interrogarci su quale sia la causa di questa cecità. Che cosa c'è di comune nel loro atteggiamento? Se è vero, infatti, che non vogliamo rifiutare l'evidenza con la stessa forza e con la stessa resistenza dei farisei, non siamo probabilmente molto dissimili da Samuele nel nostro modo di valutare le cose, nel nostro modo di dare importanza prima di tutto all'apparenza.
La risposta è chiara. I farisei sono accecati perché hanno già deciso che Gesù non può essere il messia, non deve essere il messia, perché non corrisponde ai loro criteri: non rispetta il sabato, non viene dalle scuole rabbiniche giuste (di lui non sappiamo di dove sia), non è nato nel posto giusto (il messia non può venire da Nazareth). E poi, naturalmente, vedono in Gesù una minaccia, perché Gesù critica molto fermamente le derive di cui sono essi stessi consapevoli, derive che li hanno condotti a sostituire alla Parola di Dio le loro tradizioni. Quindi i farisei sono accecati perché hanno già deciso che Gesù non può essere il messia, perché costituisce una minaccia per il loro potere, per la loro posizione nella società.
D'altra parte abbiamo il profeta Samuele che ha già in mente come deve essere un re per governare in nome del Signore. Quello lo acceca. Deve essere il primogenito della famiglia, deve essere il più imponente, deve essere colui che più ispira rispetto da un punto di vista umano. E' qui che troviamo il fattore che accomuna i farisei e Samuele: hanno una loro idea di come Dio deve agire. Si può dire: di come agirebbero loro se fossero Dio. Questo è ciò che li acceca.
Anche i farisei, al di la delle ragioni contingenti che possono averli condotti a questo indurimento, non vogliono accettare che Dio possa agire nella storia attraverso una persona così umile, così dimessa come quella di Gesù e attraverso un messaggio così sorprendente come il suo. Ricordiamoci che questa difficoltà la incontra anche Giovanni il Battista, al punto che egli stesso ad un certo punto manda a chiedere a Gesù: Sei tu il messia oppure dobbiamo attenderne un altro?
Questo è il problema sia dei farisei che di Samuele. Ciò che li acceca è l'idolatria. Non rappresentiamoci l'idolatria solo come il fatto di scolpire un pezzo di legno e poi adorarlo. Questa ne è solo la forma più grossolana e primitiva. In realtà l'idolatria è qualcosa di molto più profondo, è qualcosa di radicato nel nostro stesso cuore.
A un Dio che è invisibile, a un Dio che agisce in un modo che continuamente ci sorprende, a un Dio che in fondo non ci lascia mai in pace, senza accorgercene, piano piano, sostituiamo una nostra immagine di Dio. Poi cominciamo progressivamente a confondere la nostra immagine di Dio - che spesso è ciò che noi faremmo se fossimo Dio - con quella del Dio vero. Ed insieme a questa falsa immagine di Dio, ci facciamo la nostra propria idea di quella che dovrebbe essere l'agire di Dio, la volontà di Dio. Cominciamo a chiamare "volontà di Dio" quella che in realtà è volontà nostra.
Se c'è un'espressione della quale abusiamo tutti, a tutti i livelli, non solo a livello personale, ma ancora di più nella vita della Chiesa nel suo insieme, è proprio questa: "E' la volontà di Dio!". E' ciò che fa Samuele stesso - pensa: "E' sicuramente volontà di Dio che questa persona sia il re". Invece sappiamo che si sbagliava.
Anche quando facciamo delle cose per Dio, non dimentichiamo mai che i nostri metodi e i nostri criteri restano umani, restano sempre più o meno spirati ad una logica mondana, vale a dire la logica della vistosità, dell'imponenza fisica, della superiorità intellettuale o sociale, del successo, del potere. Sappiamo bene - non possiamo nascondercelo - quanto queste logiche non agiscano solo fuori, ma anche dentro la Chiesa. Sappiamo bene quanti dei meccanismi che reggono la vita della chiesa siano mossi da questi criteri mondani.
Ogni giorno noi preghiamo il Padre Nostro e diciamo queste due frasi: Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà. Ma in realtà, continuamente, ogni giorno, con i nostri atteggiamenti, con le nostre scelte, diciamo: "Sia fatta la mia volontà". O piuttosto: "Sia fatta la volontà del Dio a mia immagine. La volontà del Dio che mi sono costruito io. Venga il mio regno". "Visto che Dio è invisibile, visto che sembra in fondo non tanto efficace, allora agisco io e faccio le cose a modo mio". Ed ecco allora che la logica del mondo si introduce nella vita del cristiano e nella vita della Chiesa. Ecco che invece della ricerca del bene e della verità si cerca il compromesso. Il compromesso non è l'equilibrio ispirato dalla prudenza, ma la ricerca di una soluzione che non scomodi nessuno, che lasci le cose così come sono, fatta per ottenere consensi e in fondo per accrescere il proprio potere. Oppure, invece di rinunciare ai propri pregiudizi per discernere la volontà di Dio, si cerca di imporre il proprio punto di vista con metodi che sono politici nel senso negativo del termine - sono politici perché dettati dalla ricerca del consenso in tutti i modi, anche comprando le persone, senza riguardo per la verità. Ci sono tanti modi di comprare le persone o di creare delle maggioranze in maniera artificiale, senza un vero confronto di idee, senza una vera ricerca della verità.
Ma le letture di oggi ci offrono anche delle chiavi per resistere a questo meccanismo irresistibile di idolatria, a questa logica mondana.
Vediamo prima di tutto cosa succede con Samuele. Egli è un profeta, cioè un uomo di Dio, non perché è infallibile, non perché non sbaglia mai - visto che proprio in questa lettura lo vediamo errare, come vediamo nel Vangelo spesso gli apostoli errare. Samuele è un uomo di Dio perché sa che neanche lui è immune da questa idolatria che egli stesso, nel nome del Signore, costantemente denuncia. L'umile, l'uomo di Dio, è quello che conosce, che ri-conosce la propria idolatria, che non la nega, che non crede che per essere uomo di Dio debba essere perfetto. Quindi, proprio perché ha questa coscienza della propria idolatria, questa coscienza del proprio peccato, questa coscienza della propria povertà e della propria miseria, è una persona umile, è cioè una persona che verifica costantemente quello che crede essere volontà di Dio.
Il profeta non è colui che ha la verità, perché la verità non la possiede nessuno - la verità non è una cosa che si possiede. Guai a chiunque, a qualsiasi livello, credesse di possedere la verità, perché a quel punto prenderebbe il posto di Dio. La verità è qualcosa che occorre costantemente discernere nell'umiltà e nella preghiera. La verità è qualcosa che si riceve ad ogni istante. Samuele è un uomo di Dio perché, se non può fare a meno di entusiasmarsi per un candidato, allo stesso tempo conserva l'orecchio aperto a quello che gli dice il Signore. E il Signore gli dice: "Non è questo il mio candidato". Alla fine, anche quando sembra che non ci sia più nessuno, Samuele sa che ci deve essere per forza qualcun altro e chiede se non ci sia un altro figlio. A quel punto arriva colui al quale nessuno aveva pensato e che diventerà il grande re Davide.
Il primo antidoto contro l'idolatria è dunque questa umiltà che viene dalla coscienza della propria debolezza e che si traduce in ascolto permanente del Signore.
Ma abbiamo bisogno poi del Vangelo per renderci conto che alla fine, di fronte alla cecità dell'idolatria, vi è un solo rimedio: il miracolo. Occorre che venga Gesù ad aprirci gli occhi, per poter vedere non solo la verità in generale, ma soprattutto per vedere Lui, per credere in Lui. Solo in questo modo possiamo vedere Dio, possiamo riconoscere Dio nella storia, possiamo discernere la volontà di Dio laddove non l'avremmo mai cercata, laddove non avremmo mai immaginato che essa potesse esprimersi.
La ricerca della volontà di Dio, la capacità di discernere l'azione, la presenza di Dio nella storia è un miracolo permanente. Questa capacità non è qualcosa che si riceve una volta per tutte. Anche chi è stato ordinato presbitero, anche chi occupa posti di responsabilità nella Chiesa a tutti i livelli, anche il papa non possiede automaticamente o permanentemente questa capacità. Anche i papi, quando devono esprimersi su questioni particolarmente gravi, consultano, riflettono e soprattutto pregano. Questo vuol dire che anche loro, anzi soprattutto loro che hanno il carisma di pronunciare alla fine la parola dirimente nel nome di Dio, la parola alla quale noi dobbiamo obbedire, ebbene, soprattutto loro hanno coscienza del fatto che non è una capacità che possiedono, ma una cosa che devono mendicare attraverso l'ascolto e attraverso la preghiera, perché effettivamente riconoscere la volontà di Dio, la presenza di Dio nella storia è un miracolo permanente.
Quando il cieco, dopo essere stato scacciato, incontra Gesù, Gesù gli dice questa bellissima: Credi nel figlio dell'uomo? ed egli rispose: E chi è Signore, perché io creda in lui? Gli occhi li aveva già aperti, già vedeva Gesù. Ma lo vedeva solo con gli occhi fisici e aveva ancora bisogno di un altro miracolo, del miracolo più grande di tutti, quello che si produce quando Gesù gli risponde: Lo vedi, è colui che parla con te. Perché solo in quel momento crede. La fede è sempre il risultato di un miracolo, di questo miracolo in virtù del quale gli occhi del cuore si aprono una prima volta per riconoscere Dio e poi continuamente, nel corso della nostra vita, per discernere la presenza e l'azione di Dio nella storia.
La lotta contro l'idolatria, sotto tutte le sue forme, è persa in partenza. L'idolatria è troppo radicata nel nostro cuore. La ricerca del potere, del successo, dell'affermazione di sé e la resistenza contro tutto quello che ci destabilizza, contro tutto quello che ci mette in una situazione precaria è qualcosa di troppo radicato nel nostro cuore per poterlo combattere con le nostre sole forze. Non ci riusciremmo mai. Il solo modo di smascherare questa idolatria è una sana diffidenza nei nostri confronti, nei confronti dei nostri giudizi, del nostro modo di vedere le cose. La più grande lezione del monachesimo e della spiritualità dei primi secoli è contenuta tutta in questa frase: Stai attento a te stesso! Conosci te stesso. Cioè conosci la tua debolezza! Conosci la tua idolatria! Conosci il tuo peccato! Perché solo in questo modo puoi entrare in quell'atteggiamento di umiltà, di apertura, di ascolto permanente che ha caratterizzato Samuele e gli ha permesso di riconoscere il re voluto dal Signore. Solo chi si sa debole, chi si sa incapace, chi si sa peccatore, tiene costantemente l'orecchio aperto al Signore, prega, verifica tutto quello che crede essere giusto, lo verifica alla luce del Vangelo.
Il solo antidoto contro l'idolatria è l'adorazione. E' mettersi cioè in questa posizione di dipendenza totale nei confronti del Signore, in questo costante pregare: Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà.
Se il Padre Nostro è una preghiera quotidiana, se Gesù ha voluto che la recitassimo ogni giorno, se Gesù ha voluto che la vivessimo ogni giorno, è perché ci promette doni che non sono mai ottenuti una volta per tutte. Tutta la spiritualità cristiana è contenuta nel Padre Nostro. Diventare cristiani è recitare con verità sempre più profonda il Padre Nostro e in modo particolare questa frase: Sia fatta la tua volontà. E' una maniera di dire ogni giorno: Signore, non la mia volontà, ma la tua volontà. E poi Venga il tuo regno: "Io avrei fatto diversamente, Signore. Io farei diversamente le cose, però credo in te. So che il tuo modo di agire è misterioso, però tu ci ami. Tu hai la tua maniera di agire nella storia, ebbene, allora venga il tuo regno. Aiutami, Signore. Guarisci ogni giorno di più la mia cecità. Aiutami a riconoscere dov'è la tua volontà e ad aderirvi con cuore libero, aperto e sincero".