| Omelia (30-03-2014) |
| Omelie.org (bambini) |
|
Questa domenica il Vangelo è veramente molto lungo, mi sembra che siamo già pieni di parole e immagino che non vogliate ascoltarne altre. Però, la pagina dell'evangelista Giovanni che abbiamo ascoltato è veramente pieno di spunti, è ricchissima di idee e motivi di riflessione... così mi dispiacerebbe non condividere con voi almeno alcuni flash di ciò che mi ha maggiormente colpita. Per prima cosa, c'è la domanda terribile che apre il Vangelo: "Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?" Che domanda orribile! Ma ci rendiamo conto? I discepoli stanno dicendo che la malattia o la disabilità sono un castigo, mandato da Dio per qualche colpa commessa! Ma che Dio hanno in mente? Un Dio che maledice i bambini e fa sì che nascano sordi, ciechi o con altre sofferenza, mi sembra un Dio veramente spaventoso e crudele... Non ha nulla a che vedere con il Padre Buono di cui ci parla il Maestro e Signore! Ed infatti, Dio non "manda" le malattie, non le assegna all'uno e all'altro di noi: esse sono semplicemente la normale conseguenza del nostro essere creature. Il nostro corpo è di certo meraviglioso, funziona con un'armonia affascinante, è capace di compiere prodezze e di adattarsi ad ogni ambiente, ma resta pur sempre un corpo limitato, vulnerabile, fragile. Può essere attaccato dai virus e dai batteri; può essere ferito, può sanguinare... Le cellule del nostro corpo nel tempo si danneggiano o si comportano in maniera imprevedibile. Possono persino iniziare a morire. Tutto questo, però, non avviene perché siamo stati cattivi e dobbiamo essere puniti, ma solo perché non siamo divinità, bensì semplici creature. Quindi è bello rileggere la risposta che il Maestro e Signore dà a quegli sconsiderati dei discepoli, che non hanno ancora compreso com'è il cuore di Dio: "Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui." E le opere di Dio si manifestano subito, proprio nel prodigio che Gesù realizza a questo punto. Ora, non so se avete fatto caso, ai gesti che compie per ridare la vista al cieco nato: "Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco, e gli disse: Va', làvati nella vasca di Siloe." Il giovane Rabbi usa la terra e la saliva per formare un po' di fango, lo impasta con le mani e poi lo spalma sugli occhi del cieco. No, no, non servono tutte quelle smorfie, lì in fondo, e neppure i versacci che qualcuno sta facendo sottovoce: quest'insieme di gesti, che magari ci sembra persino disgustoso, è invece molto, molto simbolico. Infatti, per ridare la vista ad un uomo nato cieco, Gesù compie le stesse azioni che leggiamo nel libro di Genesi quando si parla di come Dio creatore plasma l'uomo e la donna: usa la terra, forma del fango e crea qualcosa di nuovo. La folla che è lì ad ascoltare il Maestro è molto più brava di noi a riconoscere i richiami ed i collegamenti con la Scrittura Sacra e si rende conto in fretta che il Rabbi di Nazareth sta compiendo un grande miracolo: non solo ridona la vista, ma realizza una nuova creazione. Ovviamente, chi è il solo che ha il potere di creare, cambiando la Natura? Dio, certo. Ed è questo, sapete, che sconvolge tanto i farisei che sono in mezzo alla folla! Non è solo la guarigione del cieco a stupirli, ma il significato di questo gesto. Con il miracolo compiuto, il Maestro e Signore dice in modo chiaro, evidente: io sono Dio. Se siete in grado di capire ciò che sto facendo, allora dovete riconoscermi: io sono Dio. Questo è un passaggio fondamentale, ragazzi, perché è il vero motivo per cui i farisei ce l'hanno tanto con Gesù. Di fronte alle sue azioni che parlano più forte di qualsiasi discorso, i farisei non possono far finta di niente. Davanti a un Rabbi che con le opere proclama: io sono Dio, i farisei devono intervenire e bloccarlo, fermarlo, magari condannarlo e fare in modo che nessuno più lo ascolti e si fidi di lui. Così, per prima cosa, interrogano severamente l'uomo che era stato cieco. Ma non sono soddisfatti, dal momento che questo primo interrogatorio si conclude con la certezza dell'uomo risanato: Gesù, che mi ha guarito, è un grande profeta. Così, poiché hanno bisogno di nuovi elementi per accusare il Maestro di Nazareth, mandano a chiamare i genitori del cieco e li interrogano riguardo al miracolo. Però il papà e la mamma del giovane non cadono nella trappola e si limitano a dire che sì, quello è proprio il loro figlio... che è nato cieco... e che ora ci vede. Ma si rifiutano di fare alcun commento su chi lo abbia guarito e su come abbia fatto. Sanno che le loro parole potrebbero trasformarsi in una condanna: sarebbero subito allontanati dalla sinagoga e dalla comunità se dicessero che questo Rabbi è un profeta, se riconoscessero che è un inviato da Dio, se parlassero apertamente della sua straordinaria potenza! Questi genitori preferiscono non pronunciarsi e spiegano: visto che nostro figlio è già grande, in grado di esprimersi chiaramente, smettetela di chiedere a noi e parlategli. Allora i farisei chiamano per la seconda volta il cieco guarito e la loro conversazione è veramente curiosa, perché sembra quasi che quest'uomo semplice prenda benevolmente in giro i grandi sapientoni. I farisei gli dicono di riconoscere che l'uomo che lo ha risanato è in realtà un peccatore. L'uomo pacificamente risponde: "Se egli sia un peccatore, non so; una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo." Più forte di qualsiasi impressione o convinzione, per lui c'è la certezza del miracolo avvenuto. Prima era cieco ed ora i suoi occhi vedono chiaramente: che bisogno c'è di tante domande? Ma i farisei insistono, vogliono conoscere tutti i particolari, per trovare elementi da usare contro Gesù di Nazareth. L'uomo che era stato cieco, adesso, si dimostra ironico: "Ve l'ho già detto e voi non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?" Figuratevi la reazione scandalizzata ed arrabbiata dei farisei! Anche solo sentire di poter essere inclusi tra i discepoli del giovane Rabbi li fa infuriare! Al punto che si mettono ad insultare l'uomo risanato: "Sei tu discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia." E qui, se permettete, merita tutta la nostra attenzione la risposta del cieco guarito, che con calma osserva: "Questo poi è strano: che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi!" Il suo ragionamento è perfetto: non si è mai udito che uno nato cieco abbia ritrovato la vista, mentre quest'uomo che voi accusate di essere un peccatore, ha saputo compiere un miracolo tanto grande. Come riuscite a spiegarlo? La forza di Dio non aiuta chi gli è nemico, chi vive nella colpa, chi non segue il suo cuore... Quindi questo Maestro deve per forza essere un inviato da Dio, oppure non potrebbe compiere le opere che sta realizzando: "Se quest'uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla!" I farisei si ritrovano intrappolati dal limpido ragionamento di quest'uomo e, non sapendo cosa ribattere, si limitano a cacciarlo via.Lui, però, non si scoraggia, anzi, conclude il Vangelo con una stupenda, dolcissima, professione di fede: "Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: Credi nel Figlio dell'uomo? Quegli rispose: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Gesù gli disse: Tu l'hai già visto; è colui che parla con te, è lui. Egli disse: «Signore, io credo». E l'adorò." Non aggiungiamo altro. Restiamo in silenzio a ripensare a tutto quello che abbiamo riflettuto insieme. Per ripetere nel profondo del cuore la stessa espressione del cieco risanato: Signore, io credo. Amen. Commento a cura di Daniela De Simeis |