Omelia (16-02-2014)
Gaetano Salvati
Commento su Matteo 5,17-37

Le tenaci esigenze presentateci dal Signore nel vangelo di Matteo sono un criterio per incoraggiarci ad amare sempre ed in modo perfetto, così da scoprire e conoscere "bene ogni cosa", la volontà di Dio, e le Sue "profondità" (1Cor 2,10) nella nostra vita. Si tratta di portare a compimento per mezzo della nostra esistenza la misericordia (la perfezione) infinita del Padre.
"Dare pieno compimento" (Mt 5,17) è la chiave di lettura per comprendere la Parola di oggi. Gesù, infatti, invita ciascuno di noi a superare la sapienza "di questo mondo" (1Cor 2,6), per abbracciare la perfezione, nascosta agli occhi dei potenti, cioè la sensibilità, umana e spirituale, necessaria per accogliere, in Dio, ogni creatura bisognosa. Tale perfezione non è alienazione dall'esperienza del limite e della debolezza, ma una condizione mentale: rimuovere ogni cosa che può divenire cavilloso e aprirsi alla novità inaudita, quasi paradossale, del vangelo.
Il primo passo in questo cammino di perfezione è una dichiarazione di non sospetto: "Non crediate che io sia venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento" (Mt 5,17). Il Maestro non annulla la legge antica, dà ad essa, invece, uno sguardo nuovo, una nuova prospettiva, che è quella del rispetto verso l'umanità, e dell'amore nei confronti di tutti. Questo rispetto, quest'amore, in Lui, dev'essere trasmessa agli altri con sincerità e in ogni momento della giornata, e non solo in alcune circostanza, o in occasione dello scambio della pace durante la liturgia eucaristica. Sembra quasi, allora, che le antitesi del vangelo ("avete inteso... ma io vi dico") ci invitino a scrutare il mistero pasquale, il mistero della donazione gratuita del Figlio che "ha tanto amato il mondo" (Gv 3,16) da offrire la Sua vita per noi. Il per noi non indica solo il sacrificio realizzato per la nostra salvezza, ma anche la Sua imitazione nel mondo, nei nostri giorni.
Ecco il secondo passo: fare come ha agito Gesù; amare come ha amato Lui, sempre e in ogni caso; dare l'esempio con le nostre azioni trasformate dal Suo volto, dalla Sua presenza; ancora, compiere il proprio dovere così ha fatto Lui, senza mormorare o osservare quello che fanno gli altri; senza giudicare l'operato altrui o indicare, quasi con superbia, ciò che è dovuto solo perché è ritenuto corretto da noi. Non sentirsi perfetti solo perché si va a messa, oppure perché si fanno lavori in comunità parocchiali o altre cose; il Signore ha detto di lasciare l'offerta all'altare e di andare a riconciliarsi con il proprio fratello (Mt 5,23). Forse la novità proposta da Gesù oggi, la perfezione citata prima, è in quest'ultima frase. A volte, ricerchiamo la perfezione nelle attività che svolgiamo, più ne compiamo e più ci sentiamo appagati; ma l'essenziale è colto? Il Salvatore è presente nelle riunioni, nei lavori delle comunità? La perfezione cui dobbiamo aspirare, quindi, è mettere Cristo al primo posto, non le nostre ambizioni, le nostre carriere nella Chiesa o in parrocchia.
In Cristo, e solo in Lui, "insegnare agli altri" (v.19) la legge dell'amore, della carità, che ci fa amare tutti, agire nonostante le difficoltà, le normali incertezze e le indifferenze. Amen.