| Omelia (11-09-2011) |
| Giovani Missioitalia |
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Parabola del servo spietato Perdonare 490 volte, perdonare sempre Al recitare ogni giorno la preghiera del Padre Nostro, c'è una frase che spesso mi inquieta: "Rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori...". Mi guardo attorno, l'odio e il rancore generano sentimenti di rivalsa e vendetta, con cui l'umanità pretende risolvere conflitti. Guardo nel mio cuore e ci trovo: dimenticare, girare pagina, sopportare, far pagare, eludere e, poche volte, perdonare. Mi sentirei più a mio agio al supplicare: "perdonaci come noi non perdoniamo...."! Una cosa è certa, e la ribadisce anche la storiella della "resa dei conti" che Gesù ci presenta questa domenica, Il Padre ci ama perché è buono, davanti all'immensità del suo amore i nostri meriti sono secondari. Ecco il modello. Come il Padre è sempre disposto a rifare l'alleanza, è sempre lì, alla finestra, per scorgere da lontano colui che torna, per corrergli incontro con un'abbraccio, così i figli devono aprirsi il cuore reciprocamente. Davanti alla gratuita dell'amore, la domanda di Pietro: Quante volte devo perdonare? non ha senso: l'amore non si misura, non ha limiti! Occorre perdonare, sempre, senza limiti, coscienti del gran perdono ricevuto. Però il centro della parabola si trova nella sentenza finale del re: "servo cattivo!, non dovevi anche tu aver compassione del tuo compagno, come io ebbi compassione di te?" Al debitore gli si chiede: paga quel che devi!, ma poi viene il perdono che nasce dalla compassione per colui che ci è debitore, ed è il debitore che deve provocarla. Il 26 di Agosto abbiamo celebrato in Perú l'ottavo anniversario del resoconto della Commissione Verità e Riconciliazione (CVR), che da conto degli anni duri della nostra storia recente dove decine di migliaia di peruviani, (la maggior parte di cultura Quechua) persero la vita a mano di terroristi o militari: famiglie intere distrutte, anni di paura, di sofferenza e morte, di esilio alla periferia della grande città. Al monumento del "Ojo que llora" (Occhio che piange), dedicato alle vittime della violenza politica, erano presenti molti familiari delle vittime, figli, coniugi, fratelli, sorelle che dopo vent'anni di calvario,non sanno ancora a chi perdonare perché nessuno lo ha chiesto loro. Nella catechesi tradizionale della Chiesa si esigono 5 passi, chissà un po' formali, per ottenere il perdono: esame di coscienza, dolore per l'offesa, proposito di riparazione, confessione e gesto concreto di riconciliazione (penitenza). Il perdono, sebbene grazia di Dio, esige un cammino pedagogico e tangibile che riveli il desiderio di cambiare e un impegno serio per riparare e evitare il male. In molti paesi dell'America latina, dopo le dittature militari degli anni 70-80, si dettarono leggi di amnistia, di perdono, dimenticare e ricominciare da zero ("punto final", "obediencia debida"..). Anche in Perú, i responsabili di delitti di lesa umanità, di migliaia di morti e "desaparecidos" (dispersi) si auto-perdonarono burlandosi della giustizia e della verità. Si disse che per il bene del paese occorreva dimenticare e voltar pagina, che era dolore inutile rivangare in eventi così tragici... Pero senza verità, giustizia e riparazione, le ferite causate dalla repressione in molte comunità, non si sono ancora chiuse e non ci si incammina verso la riconciliazione. Il perdono e la riconciliazione sono un cammino che vuole riconciliare insieme carnefice e vittima. In questo senso le nostre comunità cristiane devono essere spazi propizi e attivi a favore di una vera riconciliazione basata sulla giustizia, la verità, la compassione e il perdono che non è mai impunità, soprassedere e dimenticare. Solo il perdono autentico, dato e ricevuto sarà la forza capace di trasformare il mondo. Non lo dico io, lo dice il Risorto (Gv 20,19-23). DOMANDE O PROVOCAZIONI?
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