| Omelia (02-10-2011) |
| Gaetano Salvati |
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A che punto sta il tuo cammino di fede? La Parola di Dio non rimane imbrigliata nelle maglie del passato: sempre viva e attuale, accompagna il cammino del credente. Essa interpella il discepolo a cantare l'inno di lode per il suo Signore, e sta vicino all'uomo caduto nelle contraddizioni del peccato, spronandolo a rinnovarsi nell'amore senza fine. È esigente: richiede continuamente da noi una risposta sul senso del nostro essere cristiani. Il Vangelo di questa Domenica, in cui si narra la parabola dei contadini malvagi, è una lunga domanda che il Signore pone a ciascuno di noi: a che punto sta il tuo cammino di fede? Tale interrogativo non è rivolto solo ai sacerdoti e agli anziani del popolo d'Israele, ma, ai Suoi discepoli, ai cristiani di ogni epoca, i quali hanno deciso di seguire il Signore. L'uomo che possedeva il terreno (Mt 21,33) è Dio; il terreno è il mondo, mentre la vigna è il regno di Dio, inaugurato con la predicazione del Signore, e portato a compimento con la sua morte e la sua risurrezione. I contadini sono i credenti in Cristo. A questi è stato affidato un compito arduo e grandioso: custodire e consegnare i frutti al padrone. I contadini, però, sono malvagi: non obbediscono al padrone (a Dio) e giungono perfino a uccidere il figlio del loro capo, pensando di ricevere in eredità il terreno con la vigna. La domanda che Gesù pone ai capi dei Giudei: "che cosa farà a quei contadini?" (v. 40), è rivolta a quei cristiani che, senza pensare di essere troppo coinvolti dai richiami della Parola, si compiacciono dei loro peccati, allontanandosi, in questo modo, dalla grazia e indietreggiando nella fede. Per non essere come i contadini malvagi, san Paolo, nella seconda lettura, afferma che l'oggetto dei nostri pensieri e dei nostri giudizi deve essere, necessariamente, "nobile, giusto, puro, amabile, onorato" (Fil 4,8): solo in questo modo non ci allontaneremo dalla guida dei nostri passi, il Maestro, e riusciremo a camminare nella "pace di Dio" (v. 7). Cari fratelli, Gesù ci invita a custodire il dono della fede (la vigna) e ad essere testimoni nel mondo (portare frutto). In che modo dobbiamo proteggere la nostra fede ed essere evangelizzatori? Con la vigilanza: saper ascoltare il cantico d'amore con cui il Signore ci convoca a partecipare delle sue meraviglie; ancora, custodire il dono più prezioso che abbiamo (la fede) dagli assalti ingannevoli dell'esteriorità che, con la loro subitanea crescita, rischiano di soffocare il germoglio della carità, e causano la perdita della fede, come i contadini, che divennero malvagi e persero, oltre alla fede (vigna), la vita (vita eterna) per superbia e desiderio sfrenato di possedere la vigna senza impegnarsi per il loro padrone. Con lo sforzo di ogni cristiano: impegnamoci, tutti insieme, a lavorare, senza stancarci mai, per Cristo, lasciando che la nostra fede venga custodita in Lui (v. 7); mettiamo in pratica il dono che è dentro di noi dal giorno del battesimo. In questo senso, la parabola ha lo scopo di esporre ai cristiani che il dono della fede non è un episodio isolato, che appartiene solo ad alcuni soggetti. Essa, invece, è il dono elargito alla comunità; per cui, è all'interno della famiglia ecclesiale, e per mezzo della partecipazione di tutti i cristiani ai sacramenti, che la fede va coltivata e annunziata. Nella fede di ognuno, per cui diveniamo uno in Cristo, pur preservando l'individualità di ciascuno, si rende concreta, per mezzo dello Spirito, l'azione della Parola, che perennemente si rivolge a noi: sono la pietra d'angolo della tua vita? Una domanda che esige una risposta silenziosa e tangibile. Amen. |