| Omelia (10-07-2011) |
| don Daniele Muraro |
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Radicati in Cristo Il tema dell'incontro mondiale della Gioventù del prossimo Agosto a Madrid recita: "Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede" e viene dalla lettera di san Paolo ai Colossesi. Nel suo messaggio in vista dell'appuntamento spagnolo papa Benedetto commenta questa espressione, soffermandosi su ciascuna delle parole. Si interroga anzitutto su dove l'animo di un giovane può trovare punti fermi, un terreno sicuro sul quale radicarsi e fondare una identità equilibrata e forte. Le sorgenti di un'esistenza sana e matura il papa le individua nei genitori e nella famiglia e più in generale nella cultura del proprio Paese. La Bibbia rivela un'altra corrente da cui ricavare nutrimento per maturare e portare buoni frutti nella vita. Si tratta della parola del Signore. Il profeta Geremia dichiara che "l'uomo che confida nel Signore è benedetto" e lo paragona ad un albero piantato lungo un corso d'acqua che stende le radici verso la corrente, Da Dio attingiamo forza per la nostra vita; senza di Lui siamo destinati a disseccarci e a perire. Infatti continua il profeta: (L'uomo che confida nel Signore) non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell'anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti". La vita eterna che Dio ci dona è il suo Figlio. Gesù stesso si presenta come la vite che unisce a sé i suoi discepoli come tralci nei quali scorre la stessa linfa. La fede cristiana non comporta solo certe verità da credere, ma è anzitutto una relazione personale con Gesù Cristo. L'incontro con Lui conferisce a tutta l'esistenza un dinamismo nuovo. Quando entriamo in rapporto personale con Lui, Cristo ci rivela la nostra identità, e, nella sua amicizia, la vita cresce e si realizza in pienezza. Fin qui il Papa. Nel brano del Vangelo di oggi Gesù ci presenta quattro casi diversi di trattamento che un uomo può riservare alla sua proposta. Egli parla davanti alla folla radunata sulla spiaggia: il suo messaggio è rivolto a tutti; infatti salendo sulla barca non lascia nessuno alle spalle. Nella parabola Gesù descrive se stesso nel suo gesto di predicare, ossia di gettare la semente, in attesa di raccoglierne un frutto di bene. La precisazione che il seminatore "uscì a seminare" non è inutile. Infatti potrebbe uscire anche a mietere. Ma Gesù non pretende dai suoi ascoltatori una resa garantita senza fare il primo gesto, quello iniziale e insostituibile del dono gratuito. La scena è tratta dal paesaggio dalla campagna palestinese dell'epoca e si rifà alla tecnica allora in uso. Infatti a motivo della scarsa profondità raggiungibile con l'aratura prima si spargeva la semente e poi la si interrava rivoltando la terra con il vomere. Dunque non era possibile conoscere in anticipo la consistenza del terreno che si andava a lavorare. Descrivendo il diverso destino del seme sparso qua e là Gesù non intende dire che talvolta le cose vanno bene e danno soddisfazione, talaltra vanno male e bisogna rassegnarsi. Infatti conclude il discorso rivolto a tutti con l'esortazione: "Chi ha orecchi, ascolti" (con attenzione). Si può ascoltare senza comprendere, come si può vedere senza guardare. Allora l'atto del percepire rimane confinato nei sensi e non arriva al cuore. La differenza sta nella disposizione d'animo. Ai suoi ascoltatori improvvisati Gesù parla un linguaggio semplice, mentre ai discepoli spiega ogni cosa. Passare dalla condizione di estemporaneo spettatore a quella di credente comporta di intuire il significato nascosto nella parole del Signore e cercare di applicare alla propria esistenza. Lo spiega lo stesso Signore interrogato dal gruppo ristretto dei suoi discepoli. Citando il profeta Isaia Egli precisa che l'impedimento più comune della sfera spirituale è il disinteresse. Se non si supera questo ostacolo neanche si comincia. Ne viene guarito solo chi comprende con tutto se stesso e si converte. Nelle cose che riguardano Dio e il proprio destino eterno c'è chi si dimostra distratto e refrattario come la strada, insensibile al valore della parola del Signore, accomodato ad attraversare la storia come un viaggiatore passaggio, senza volontà di mettere radici e senza consapevolezza del frutto che ci si aspetta da lui. Questi tali vorrebbero essere sempre da un'altra parte rispetto a dove si trovano. Al contrario il cristiano fa spazio alla Parola del Signore, sgombrando dagli ostacoli il terreno del suo cuore con disciplina, appianandolo con la mansuetudine, coltivandolo con la preghiera, imbevendosi della dottrina, lasciandosi riscaldare dall'amore. A queste condizioni il seme della Parola di Dio in lui attecchisce e porta frutto. Uno se può accorgere dal fatto che, lasciandosi coinvolgere dagli appelli, diventa capace di stabilire legami significativi con il prossimo e felice di potersi assumere qualche impegno accumula un tesoro di opere buone. Presente con il corpo, ma ancor più con la mente egli realizzerà la sua vocazione cristiana sottraendosi dall'aridità esteriore e dalle spine delle eccessive preoccupazioni materiali e così potrà esperimentare la forza della Parola di Dio che realizza efficacemente ciò di cui parla nel mondo e nel singolo credente. |