| Omelia (06-08-2011) |
| Gaetano Salvati |
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Commento su Matteo 17,1-9 La liturgia odierna celebra la trasfigurazione del nostro Salvatore. Gesù, dopo aver annunciato la sua passione e morte ai discepoli (Mt 16,22), intende rafforzare la loro fede vacillante, messa in crisi proprio dalla predizione della sua crocifissione. San Matteo narra che il Maestro prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su di un alto monte "in disparte" (17,1). Molti studiosi di Sacra Scrittura identificano il monte con il Tabor; altri propongono il monte Hermon. L'evangelista molto spesso parla di "monte" attribuendo al termine un valore simbolico: un luogo privilegiato per la preghiera, più vicino a Dio. La trasfigurazione di Gesù indica una trasformazione momentanea del suo corpo, prefigurazione della gloria pasquale. Qui è Dio che svela ai discepoli la vera identità del Signore: "è il mio Figlio diletto"; in Lui il Padre si compiace perché attua il suo progetto di salvezza attraverso la morte in croce; per questo motivo, l'intera umanità deve ascoltare Gesù che rivela ad essi l'amore infinito del Padre (v.5). La presenza di Mosè ed Elia (v.3) designa la pienezza della rivelazione divina dell'Antico Testamento, rispettivamente Legge e Profeti, concretizzata dall'incarnazione del Verbo e dalla Sua missione in mezzo agli uomini. Quando Gesù ritorna al suo stato normale (v.7) tocca i Suoi discepoli che, intanto, erano rimasti come morti: "alzatevi" significa "risorgete". Il Signore impose loro il silenzio fino alla Sua risurrezione (v.9). Cari fratelli, il Signore trasfigurato è la salvezza dell'uomo: nella Sua gloria Egli intende condurre ogni uomo; è il profeta escatologico (del compimento finale di ogni cosa) che va ascoltato per conseguire i beni futuri del regno. |