Omelia (22-12-2002)
Paolo Curtaz
Commento Luca 1,26-38

Ormai siamo all'ultima domenica: il tempo stringe, tra pochi giorni è Natale ed anche i più ritardatari stanno sicuramente provvedendo agli ultimi regali e all'organizzazione del cenone. Speriamo di mettere altrettanto impegno nel preparare in queste ultime ore un'accoglienza per il Signore! Nelle scorse settimane abbiamo cercato di suscitare nel nostro cuore l'attesa, il desiderio, verso un Dio consolatore e paziente, che con sé porta il grande dono della gioia. Oggi la Parola ci guida nell'ultima riflessione, alla scoperta dell'ultimo tratto del volto del Dio che deve nascere nella vita di ciascuno di noi: è lui che fa', lui che prepara, lui che interviene. A noi, rimane solo da accogliere nello stupore una presenza viva e attuale. Già, a pensarci bene il nostro atteggiamento di cristiani è sempre rivolto al "fare": "fare" delle buone azioni, "non fare" peccati... addirittura la preghiera, normalmente, è un gran agitarsi. Fare, agire, costruire... Molto spesso si ha comunque l'impressione che la fede sia affare nostro, nel senso di nostra iniziativa; così, ad esempio, sempre più gente mi confessa di non riuscire a migliorarsi, di non eliminare un difetto, di non eccetera eccetera. Dio ci viene a dire, nel Natale, che l'iniziativa è sua: è lui che parte, è lui che fa', è lui che costruisce, è lui che progetta.
Davvero Maria, propostaci nel vangelo, ancora ci insegna l'atteggiamento da assumere: lo stupore, l'accoglienza, l'abbandono fiducioso in chi davvero mi conosce e mi ama. Ma non basta. Il brano dell'annunciazione, che abbiamo già meditato il giorno dell'Immacolata, ci indica un'altra particolarità: nello stile di Dio vi è la richiesta di partecipazione di ciascuno di noi al suo progetto. Vi erano mille modi per incarnarsi, per irrompere nella storia. Dio chiede la collaborazione di Maria, chiede che sia lei a diventare strumento, porta d'ingresso. Meraviglia di questo atteggiamento! Siamo preziosi agli occhi di Dio: potrebbe fare benissimo a meno di noi e si incarna, potrebbe tranquillamente farlo in altro modo e chiede la nostra collaborazione, potrebbe imporsi e si nasconde nel volto disarmante di un neonato. Anche nei nostri atteggiamenti dovremmo riflettere questo stile. Certo, è abbastanza vero che "chi fa da se fa per tre" e via dicendo. Ma non nelle nostre comunità dove i protagonismi e le corse in avanti devono lasciar spazio al dialogo, la condivisione, il ritmo del più povero, del più lento, là dove i carismi e i doni sono messi a servizio di tutti. Si arriva più lentamente, vero. Dialogando si perde molto tempo, vero. Ma il nostro obiettivo non è mai l'efficienza, ma l'amore, e l'amore significa anzitutto rendere tutti partecipi del cammino delle comunità. Dio ci prepara una casa, Dio ci prepara una sorpresa: facciamo crescere il desiderio dell'incontro!