| Omelia (24-07-2011) |
| padre Paul Devreux |
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La terza parabola del vangelo di oggi sviluppa un tema che abbiamo già trattato domenica scorsa, pertanto guardiamo alle prime due. Gesù dice che il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo. L'uomo che lo trova non se lo prende, non se lo porta via. Considera più fruttuoso comperare quel campo; segno che il tesoro è il campo stesso. Infatti il campo, la terra, è il luogo dove posso lavorare, costruire, invitare altri a lavorare e a costruire con me affinché il campo diventi veramente il mio tesoro e il tesoro di molti. Il campo è la vita, è ogni luogo e realtà che mi permette di pregare e di costruire relazioni importanti. Il campo è un tesoro perché è la terra promessa, il luogo dove si realizza il regno di Dio per noi. Se scopro che è un tesoro e lo benedico, se mi rendo conto che è quella perla che può dare senso e gioia a tutta la mia vita, faccio tutto il possibile per coltivarlo e renderlo fecondo. Notiamo che alla fine Gesù pone questa domanda inquietante: "Avete compreso tutte queste cose?" Segno che non lo considera scontato e quindi che non dobbiamo considerarlo scontato neanche noi. Occorre rifletterci e dargli tempo. Gesù c'invita ad essere come uno scriba, uno che legge e studia, per maturare un discepolato serio e motivato. Per diventare "simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche", cioè che ha in se valori e tradizioni, ma che è anche aperto alle novità di Gesù e di un Dio che tutti i giorni è capace di inventare progetti, vocazioni, idee nuove. Il Signore dia anche a noi la sapienza che Salomone chiede per poter discernere cosa è bene da cosa è male, utile e inutile, fonte di gioia, perché tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, ci dice Paolo. |