Omelia (17-07-2011)
mons. Gianfranco Poma
Chi ha orecchi, ascolti!

Continua, nella domenica XVI del tempo ordinario, la lettura del "discorso in parabole" (Matt.13,24-43). Guardando la struttura del Vangelo di Matteo, questo discorso si trova al centro, per sottolineare, anche con la sua collocazione, l'importanza del messaggio che esso vuole comunicare. Si tratta di una pagina profondamente rielaborata dall'evangelista che ripensa alle parole di Gesù alla luce della vita della comunità cristiana nascente, delle situazioni e delle difficoltà che incontra, delle domande e dei problemi che nascono nel cuore dei credenti. Certamente Gesù non ha pronunciato in un unico discorso questa serie di parabole: gli esegeti studiano l'opera redazionale di Matteo che partendo dalle parabole pronunciate da Gesù in diverse situazioni, le ha collegate, le ha sviluppate e le ha messe in un contesto preciso, per arrivare a comunicare un messaggio ricco, articolato, sul quale la Chiesa e i Padri della Chiesa sin dall'antichità hanno riflettuto fino ad arrivare alla sintesi che oggi è chiamata "la teologia della storia". Sono ancora gli esegeti che si pongono la domanda se sia possibile, partendo dalle pagine del Vangelo, risalire alle parole autentiche di Gesù:: essi concordano nell'affermare che Gesù con parole essenziali rivela sempre il mistero di Dio presente nella storia, mentre l'intervento dell'evangelista è in funzione della risposta che la comunità credente è chiamata a dare alla rivelazione. Questo è molto importante per noi: Gesù ".non parlava se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo" (Matt.13, 34). Gesù, con le sue parole, i suoi gesti, la sua vita, la sua umanità, Lui stesso, è la "parabola del Padre": Lui ci introduce nel mistero di Dio, Lui ci apre alla dimensione misteriosa, divina, della nostra vita. Almeno tre volte, anche San Paolo, dice che Gesù ci ha rivelato il mistero nascosto in Dio: Rom.16,25;1Cor,2,7; Col.1,26. E' molto importante, leggendo le parabole come le troviamo nel Vangelo che non ci lasciamo prendere solo dalla preoccupazione di ciò che noi dobbiamo fare, ma che prima ci lasciamo illuminare dalla rivelazione che Gesù vuole comunicarci: solo la bellezza della contemplazione del mistero di Dio a cui Gesù vuole introdurci aprendo i nostri occhi e i nostri orecchi, cambia la nostra vita. Anche per questa via possiamo accogliere il messaggio del Vangelo di Matteo: Gesù è il compimento del cammino compiuto da Dio per parlare agli uomini: "Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità vi dico, molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate e non lo videro.".. "chi ha orecchi, ascolti". E comprendiamo la novità cristiana: se il popolo d'Israele molte volte proclama davanti a Dio: "Noi abbiamo fatto e ascoltato", dando il primato all'osservanza della Legge, i discepoli di Gesù sono felici perché hanno "visto e udito" e perché "figli della luce" possono rispondere alla Parola di Dio "Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo". Con questa frase così semplice, Gesù solleva il velo che ci impedisce di vedere ciò che è da sempre davanti ai nostri occhi: tutto ciò che esiste è creatura di Dio e come dice la prima pagina della Genesi, "è buono". Tutto ciò che esiste, come creatura è fragile, limitato, ma è buono: tutto ciò che esiste è un atto di amore dell'infinito Amore, è una goccia dell'infinito oceano. Dio per creare si fa piccolo, fragile, ma è pur sempre amore. Gesù ci parla della propria esperienza: "egli, pur essendo nella condizione di Dio, non volle mantenere gelosamente la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini. Apparso come uomo, si fece piccolo, sottoponendosi persino alla morte, alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò." (Filip.1,5ss.) Dio è un mistero incontenibile di Amore, che si inabissa, si annienta.ma quanto più si fa piccolo, tanto più è Amore. Ed è questa la grande rivelazione: da Dio non viene il male, viene soltanto ciò che è buono, magari fragile, ma frutto dell'infinito desiderio di Dio di donarsi. Per Gesù la croce stessa è il momento del grande abbraccio con il Padre: lo sguardo rivolto alla croce si apre infatti allo splendore della risurrezione. "Credere l'Amore", sempre, è dunque la grande proposta di Gesù.
Ma questo non può non suscitare le grandi domande: perché c'è tanto male nel mondo? Perché la presenza del regno dei cieli non ha eliminato dal mondo ogni tipo di sofferenza e di peccato? "Signore, se tu hai seminato del buon seme, da dove viene la zizzania?" Gesù nella parabola dà una risposta che rimane aperta all'interpretazione di chi parla della "teologia della storia" e degli attuali esperti di psicologia e di psicanalisi che indagano la complessa profondità dell'uomo. Dice Gesù: "Mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò". La creazione, l'uomo, tutto è dono d'amore di Dio, ma è solo una piccola e fragile goccia: in questa partecipazione fragile all'infinito di Dio sta la radice della complessità drammatica della storia. Rimane il mistero della relazione della creazione con il creatore: rimane l'oscurità, rimane l'incomprensione, il sonno nel quale si innesta il nemico, "il diavolo". "colui che divide". Quando il figlio maggiore comincia a dubitare dell'amore del Padre perché ama il figlio minore, si spezza la fraternità (Lc.15) Quando Caino comincia a guardare al fratello come a un rivale, arriva ad ucciderlo. Quando ciascuno di noi ha paura della propria fragilità, non l'accetta, mette la maschera, anziché gustare ciò che ha e vedere l'altro come fratello con cui scambiare i propri doni, "separa", rompe la famiglia umana; la relazione uomo-donna, le relazioni sociali, tutto può essere vissuto come meravigliosa ricchezza, comunione, gioia. Tutto dipende dal credere l'Amore" che giunge a noi nella fragilità, nella condivisione: nell'oscurità "diabolica", in uno sguardo privo di amore, la fragilità, diventa fonte di gelosia, di giudizio, di condanna, di male.
"Lasciate crescere l'una e l'altro": è sconvolgente questa indicazione di Gesù! Tutto il nostro impegno la contraddice: noi vogliamo essere "perfetti", vogliamo una Chiesa "perfetta", una società "perfetta", una umanità "perfetta" e nel "nostro volere" giudichiamo, separiamo, combattiamo e ci sostituiamo a Dio che ama "questo" mondo sino al dono del proprio Unigenito. Solo accettando la nostra fragilità, solo amando la fragilità degli altri, possiamo "fare bello" il mondo: questa, per Gesù, è l'indicazione fondamentale, per cogliere e vivere il senso della storia.
Egli parla poi di "fine del mondo": in realtà l'espressione greca usata da Lui è più complessa e significa il "raggiungimento comune del fine del tempo": è il momento nel quale le fragilità delle creature entrano nella pienezza del creatore, le gocce rientrano nell'oceano e viene meno ciò che è stato solamente l'immagine falsificata del mondo, mentre rimane solo l'Amore.