Omelia (10-07-2011)
don Luigi Trapelli
Altri semina, altri raccoglie

Domenica scorsa abbiamo analizzato il rendimento di lode che Gesù rivolge al Padre perché ha tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli. Oggi, proprio a questi piccoli, Gesù si rivolge in parabole.
Le parabole, infatti, sono un linguaggio accessibile per tutti coloro che vogliono ascoltare, ma per coloro che si ritengono superbi sembrano un messaggio indecifrabile.
La parabola parte dalla realtà, ne esce e torna alla realtà facendo compiere a chi ascolta un passo in avanti.
Oggi ci soffermiamo sulla parabola del seminatore.
Vorrei semplicemente offrire delle chiavi di lettura.

Gesù osserva la realtà della Palestina e pone al centro una persona che semina il proprio grano. Il seminatore vede il seme cadere su differenti terreni: la strada, le spine, i sassi e il terreno buono. Poi, dalla realtà osservata, Gesù elabora la parabola con i quattro tipi di terreno che non cambiano, sono statici. Il seminatore trova successo e insuccesso, speranze e paure. Nota che gli insuccessi prevalgono.
A questo punto l'interlocutore della parabola non è più il seminatore, ma siamo noi.
La grande domanda di fondo è proprio come atteggiarsi di fronte all'insuccesso della nostra vita.
C'è l'atteggiamento depresso di chi ritiene di avere sbagliato tutto, si colpevolizza sempre ed è in perenne crisi di identità.
Altre persone sono aggressive verso gli altri, perché non si sentono capite, colpevolizzando chi vive accanto a loro.
Infine c'è la persona che cerca delle strade nuove per potersi esprimere, per dare senso alla propria vita, capendo che la vita è fatta di successi, ma soprattutto di insuccessi.
Bisogna sempre puntare all'ideale, ma siamo anche chiamati ad accettare la dura realtà.

Insomma il seminatore ci fa percepire che la vita è fatta soprattutto di insuccesso visto che tre terreni su quattro non producono frutto.
La persona matura capisce che non può togliere l'insuccesso dalla propria vita, ma può dare un senso anche a queste difficoltà.
Penso agli insuccessi nel lavoro, nella vita familiare, nei rapporti tra fidanzati, tra coniugi, nei rapporti tra amici, nel mondo della scuola o del commercio.
Ma avere successo è voler raggiungere una certa posizione sociale o abbiamo bisogno di altri parametri di vita?
Io conto perché ho una professione interessante o conto perché sono io?
E' proprio nel modo in cui percepisco la realtà che comprendo gli eventuali insuccessi a cui vado incontro.
Ricordando l'espressione di un mistico orientale per cui non mi sento bene perché il mondo va bene, ma il mondo va bene perché io mi sento bene.

Finora ho parlato della nostra esperienza di vita.
Passiamo ora all'ambito ecclesiale.
Gesù offre a tutti la Parola e tante persone vogliono testimoniare con gioia il Vangelo. Eppure la maggior parte delle persone non riesce a comprendere questo messaggio.
La strada, i sassi, le spine, creano degli impedimenti per cui, anche se all'inizio sembra che il seme attecchisca, poi le preoccupazioni, gli affanni della vita e una mancanza di costanza, non aiutano tali persone a compiere il salto di qualità.
Oggi la Chiesa è vista più come depositaria di servizi, rispetto alla possibilità di far percepire un autentico percorso di fede. Tuttavia, nonostante queste difficoltà, ciò che conta è spandere sempre il seme, ben sapendo che qualcuno semina e altri, a distanza di tempo, raccoglierà.
Per questo la parabola si chiude con l'ottimismo di Dio e del cristiano.
Vi è anche il terreno che dona frutto, che è in minoranza, ma esiste e produce chi il trenta, chi il sessanta, chi il cento.
Essere cristiani significa non abbattersi di fronte alle difficoltà, ma capire che sono parte integrante del cammino faticoso ma entusiasmante della Chiesa.