| Omelia (10-07-2011) |
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COMMENTO ALLE LETTURE a cura di Daniele Salera Qualche ricordo: quando ero adolescente, d'estate gustavo i frutti delle fatiche dell'anno appena trascorso, preparavo i campi estivi, e poi nei giorni di libertà totale, me ne stavo in montagna con i miei. Quei giorni in cui il tempo "andava riempito" ma non c'era niente per riempirlo se non la libertà degli hobbies personali, mi riportavano alla mente e al cuore una certa malinconia, venivano a galla sentimenti e desideri celati durante l'anno sotto il velo dei sacrosanti impegni parrocchiali, associativi, di studio. Ma quei desideri e sentimenti, sul momento velati di tristezza, evocavano messaggi importanti: segnalavano la distanza che c'era fra come vivevo/ciò che facevo, e la verità su di me! Quella verità "Qualcuno" la conosceva già, io no. Nel tempo della formazione in seminario facevo in modo - senza esserne consapevole - di riempire l'estate con ogni esperienza bella e significativa, non mi facevo mancare nulla, ma quando venivano "i giorni vuoti" ecco la stessa malinconica sinfonia che chiedeva ascolto (eppure ero in seminario, non stavo esattamente vivendo da dissoluto!!). Ora che sono prete vivo la stessa esperienza di sempre: l'estate è un panino che va farcito, (ecco perché mi piacciono gli hamburger doppi), ma un po' quella malinconia ora la conosco meglio, ne conosco la fonte e debbo dire che ne colgo tutta la salutare efficacia. Se non ci fossero questi desideri, sentimenti, pensieri... che automi saremmo! Se non lasciassimo un "vuoto" anche nel nostro tempo libero che spazio avrebbero per salire la china e disperdere la nebbia? Il vuoto dell'uomo è condizione preliminare all'ascolto, solo il vuoto può essere riempito da Colui che è altro da me e solo così porto e consegno "frutti suoi" e non miei. Questa è una ‘tecnica' antica attraverso la quale il Signore si serve di noi per farci portare una Novella Buona, quella del Vangelo. Non è un caso che Matteo nel suo testo apra la sezione delle parabole con quella del seminatore che in questa domenica ascoltiamo. Gesù applicava una delle regole che s. Agostino ci ha lasciato per rendere efficace ogni catechesi: alla conoscenza dei contenuti deve seguire l'adattamento dei medesimi all'uditorio che si ha di fronte. Gesù i contenuti delle sue catechesi li conosceva bene e così li adatta ai suoi discepoli attraverso lo strumento delle parabole. La parabola ha una grande forza evocativa perché attraverso i simboli di cui è normalmente ricca, è in grado di portare i contenuti dell'annuncio ad una profondità tale cui il concetto, pur ben espresso, non arriva. Ora Gesù spiega attraverso la parabola del seminatore come il prete, la suora, la catechista, l'operatore della carità, il ministrante, la mamma e il papà di famiglia, possano portare frutto (e lo ricordiamo, non è che poi Lui ne faccia una questione di quantità) nella vigna del Signore: ascoltando e comprendendo la Parola. Quella Parola - ce lo ricorda Isaia - è altro da noi e lo sarà sempre; non saranno la nostra presunta santità o la nostra buona volontà, il nostro abito clericale o monastico, il nostro appassionato servizio per il Regno a farcene prescindere! Per entrare in punta di piedi nei pensieri di Dio - che sono diversi dai nostri pensieri - la Parola è necessaria, e non una volta per tutte! Se dunque è vero che Essa ha bisogno di quello stesso vuoto concavo della caverna di Elia (1Re 19, lo ascolteremo nella XIX domenica del T.O., che capita - guarda caso - sempre in estate) per essere recepita, è allora tanto più necessario che in questa nostra estate ci siano - e siano difesi a denti stretti - dei tempi di vuoto che non vadano riempiti dai nostri bei progetti - che sempre nostri rimangono - ma da qualcosa che è Altro da noi, dalla Parola che non torna a Colui che ce l'ha inviata "senza aver compiuto ciò per cui l'ha mandata". Ecco il nostro compito per le vacanze: non riempire i vuoti, al resto ci pensano quei Tre che abbiamo celebrato qualche domenica fa! |