| Omelia (26-06-2011) |
| don Alberto Brignoli |
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Eucaristia, un faticoso cammino di comunione Nei canti così come nelle antifone, nelle preghiere come nelle formule, ma soprattutto nei gesti di questa domenica ci sono continui richiami al "cammino", alla strada, alle strade che percorriamo nella vita di ogni giorno e che oggi il Signore Gesù vuole percorrere insieme a noi. Sappiamo bene quante tradizioni e quante espressioni di fede popolare, genuina, autentica, accompagnano questa festa del Corpo e Sangue del Signore Gesù, talmente viva nel nostro dizionario della fede che spesso ci viene spontaneo, nonostante non sia più da secoli la nostra lingua, chiamarla con il suo nome in latino, "Corpus Domini", come una sorta di "nome e cognome" del Signore. E poi, appunto, il camminare di Dio con noi, la processione, non certo l'unica durante l'anno liturgico, ma certo unica nel suo genere, perché a differenza delle altre processioni non presentiamo alla venerazione dei passanti la figura di un santo (per quanto possa essere grande, come la Madre di Dio), ma portiamo con noi il Signore stesso; e non un Signore privo di vita, come nelle meste e drammatiche processioni del Venerdì Santo, ma un Signore "in carne e ossa", o meglio "in Corpo e Sangue", in Pane di Vita, in Pane che è Vita e che si fa Vita per ognuno di noi. È strano: pensiamo al Signore che, vivo, cammina lungo le strade dei nostri paesi e delle nostre città solo quando facciamo la processione del Corpus Domini, e ci dimentichiamo che, in fondo, questa processione, anzi, centinaia di queste processioni, avvengono nei nostri paesi, anche nella nostra piccola o grande parrocchia, ogni domenica, quando i cristiani che hanno partecipato all'Eucaristia escono di chiesa portando con sé, nel loro corpo, quel Pane di Vita che pochi minuti prima hanno ricevuto nella comunione. Ogni domenica si ripete l'evento della processione eucaristica: a volte ne siamo ben coscienti, e ne custodiamo gelosamente il dono dentro di noi con atteggiamenti che parlano veramente di vita; spesso, invece, ce ne dimentichiamo così velocemente che la nostra piccola processione eucaristica termina in fretta, magari già sul sagrato della chiesa, o dopo pochi passi in compagnia di amici, per una parola di troppo, una maldicenza verso qualcuno, una critica al modo con cui si è celebrata la liturgia, una lamentela verso il tempo inclemente, un gesto d'impazienza per chi fatica ad uscire dal parcheggio con l'auto... Se pensassimo di più a come portiamo avanti la nostra domenicale processione eucaristica, a come ci comportiamo pochi minuti dopo aver fatto la comunione, forse avremmo parecchio da ridire sul nostro essere cristiani credenti e praticanti. Forse, saremmo anche più coscienti che la nostra vita di fede non è un fatto acquisito, dato per certo, scontato solo perché si è fatta la Comunione in chiesa, ma ci accorgeremmo che si tratta di un continuo e lungo peregrinare, di un andare, di un cammino che - come dice Mosè nel Deuteronomio - "il Signore nostro Dio ci fa percorrere in questi quarant'anni nel deserto per umiliarci e metterci alla prova". Essere cristiani non è un automatismo che scatta nel momento in cui facciamo la comunione in chiesa: troppo bello, e pure troppo facile, se fosse così! Per fortuna, Dio non vuole questo. Dio vuole mettere alla prova la nostra fede. Per sapere se veramente abbiamo fede, ovvero se ci fidiamo di lui, ci porta in giro per quarant'anni nel deserto, ci fa camminare, faticare, sudare, perché è lì che si gioca la nostra fedeltà a lui: nella fatica di vivere la fede nella vita di ogni giorno, con le sue umiliazioni e le sue prove, attraverso il continuo confronto con le nostre meschinità e i nostri atteggiamenti tutt'altro che umani, e pure attraverso il senso di solitudine, di fame e di sete che si prova nel deserto del quotidiano. È lì che Dio ci dona "un Pane che viene dal cielo", e che "né noi né i nostri padri conosciamo" o sappiamo da dove venga: non perché siamo ignoranti, ma perché Dio vuole farci capire che nella vita ci siamo perché c'è lui che ci permette di starci, e non perché siamo bravi noi a rimanervi. È troppo bello credere in Dio il giorno di Pasqua, dove tutto mi parla di vita, di gloria e di vittoria! No: vera fede non è a Pasqua. Vera fede è il venerdì santo, dove Dio non è bello da vedersi, e dove tutto mi parla di morte, di dolore e di sconfitta. Troppo facile essere cristiani la domenica, dove uscendo di chiesa ci imbattiamo solamente in chi è lì come noi per lo stesso motivo. Vera fede è il lunedì, il martedì, o qualsiasi altro giorno, quando ci mettiamo in colonna di buon mattino per andare al lavoro e ci innervosiamo subito; quando sul posto di lavoro ci incontriamo con colleghi e capi insopportabili e antipatici; quando sul pullman ci sono i compagni di classe che ci prendono in giro e fanno i bulli con noi; quando torniamo stanchi la sera e c'è la famiglia da sopportare più che da amare; quando arriviamo alla fatidica terza settimana e i soldi non bastano già più; quando c'è un mutuo da pagare e ci sentiamo strozzati; quando qualcuno si ammala in casa; quando la sera ci si chiudono gli occhi per la stanchezza e c'è ancora la pila di panni da stirare... Dai, siamo realisti: è lì che si gioca la nostra fedeltà a Cristo e a quella comunione con il suo Corpo che facciamo ogni domenica! Dobbiamo smetterla di dire: "Ho fatto la comunione, sono pronto a camminare con Cristo e a portarlo ai miei fratelli", perché è poesia, sono frasi fatte, e sono troppo facili da pronunciare! Dovremmo invece essere orgogliosi di poter dire: "Ho camminato tutta settimana con Cristo, e l'ho portato nella mia vita di ogni giorno, nonostante le fatiche e anche nonostante i miei fratelli: adesso mi sento pronto a fare la comunione!". "Dio ti ha messo alla prova... ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna... ti ha condotto per un deserto grande e spaventoso, luogo senz'acqua, e ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia... Non dimenticarti del Signore tuo Dio". "Non avere paura, nella fatica quotidiana e nell'ora della prova", sembra dirci il Signore. "Ricordati che io ci sono, e che se mi sei fedele, ho per te un Cibo di Vita eterna". Che Dio ci liberi dall'ipocrisia di una comunione fatta "per sentirci a posto con il nostro Dio", e che ci faccia comprendere che quel Pane che è il suo Corpo e che noi mangiamo è davvero "comunione con lui" se questa comunione la sappiamo fare nella fatica del vivere quotidiano. |