Omelia (15-05-2011)
padre Ermes Ronchi
Il buon pastore ci chiama per nome

Il buon pastore chiama le sue pecore, ciascuna per nome.

Non l'anonimato del greg­ge, ma nella sua bocca il mio nome proprio, il no­me dell'affetto, dell'uni­cità, dell'intimità, pro­nunciato come nessun al­tro sa fare. Sa che il mio nome è «creatura che ha bisogno». Ad esso lui sa e vuole rispondere.

E le conduce fuori. Il nostro non è un Dio dei recinti chiusi ma degli spazi aper­ti, pastore di libertà e di fi­ducia. E cammina davanti ad esse. Non un pastore di retroguardie, ma una gui­da che apre cammini e in­venta strade, è davanti e non alle spalle. Non un pa­store che pungola, incalza, rimprovera per farsi segui­re ma uno che precede, e seduce con il suo andare, affascina con il suo esem­pio: pastore di futuro.

Io sono la porta, Cristo è passaggio, apertura, porta spalancata che si apre sul­la terra dell'amore leale, più forte della morte ( chi entra attraverso di me si troverà in salvo); più forte di tutte le prigioni ( potrà entrare e uscire), dove si placa tutta la fame e la se­te della storia ( troverà pa­scolo).

E poi la conclusione: Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza .

Non solo la vita ne­cessaria, non solo la vita in­dispensabile, non solo quel respiro, quel minimo sen­za il quale la vita non è vi­ta, ma la vita esuberante, magnifica, eccessiva, vita che dirompe gli argini e sconfina, uno scialo di vita. Così è nella Bibbia: manna non per un giorno ma per quarant'anni nel deserto, pane per cinquemila per­sone, carezza per i bambi­ni, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra roto­lata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ha lasciato la casa, perdono per set­tanta volte sette, vaso di nardo per 300 denari sui piedi di Gesù In una piccola parola è sin­tetizzato ciò che oppone Gesù, il pastore vero, a tut­ti gli altri, ciò che rende in­compatibili il pastore e il ladro. La parola immensa e breve è «vita». Cuore del Vangelo. Parola indimenti­cabile. Vocazione di Dio e vocazione dell'uomo.

«Non ci interessa un divino che non faccia anche fiori­re l'umano. Un Dio cui non corrisponda il rigoglio del­l'umano non merita che ad esso ci dedichiamo» (Bonhoeffer).

Pienezza dell'umano è il divino in noi, diventare fi­gli di Dio: i quali non da sangue, non da carne, ma da Dio sono nati (cfr. Gv 1,13 ). Diventare consapevo­li di ciò che già siamo, figli, e non c'è parola che abbia più vita dentro; realizzarlo in pienezza.

E questo significa diventa­re anch'io pastore di vita per il piccolo, per il pur mi­nimo gregge (la mia fami­glia, la mia comunità, gli a­mici, cento persone con nome e volto) che Lui ha affidato alle mie cure. Vo­cazione di Cristo e dell'uo­mo è di essere nella vita da­tori di vita.