| Omelia (08-05-2011) |
| don Daniele Muraro |
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Una fede che riflette - 2 "Si dice che la vita è un cammino, ma qualche volta occorre tornare sui propri passi", questo devono aver pensato i due discepoli intraprendere il viaggio di ritorno sulla via per Emmaus. Non sapevano che per chi ha già incontrato Gesù, la salvezza o come la chiamano loro la liberazione, è un dono che ci si assicura mantenendo la posizione raggiunta e approfondendo le relazioni consolidate. Era svanita un'aspettativa su cui aveva investito tempo ed energie e ora si trovavano stanchi e vuoti. Si era ristretto per loro il campo della loro occasioni favorevoli. In realtà erano non erano ancora entrati appieno nel pensiero di Dio e giudicavano gli avvenimenti di cui negli ultimi giorni erano stati spettatori da un punto di vista solo umano. La loro distanza dal disegno di Dio li rende incapaci di riconoscere il misterioso personaggio che si accosta loro per strada, e che da estraneo riesce in breve tempo a guadagnare la loro simpatia. Nel breve tragitto fino ad Emmaus quel pellegrino li aiuta a ripercorrere all'indietro le vicende degli ultimi giorni, alla luce della scrittura biblica, mostrando che quello che a loro sembrava incomprensibile negli avvenimenti recenti in verità era stato preannunciato già in antico. Solo quando ci si appresta al riposo dalla fatica nel momento del ristoro presso la mensa, costui si rivela finalmente come quel Gesù di cui si era incominciato a parlare tristemente e che in maniera inaspettata da problema era diventato spiegazione. I due discepoli pensavano che l'esperienza esaltante ma breve della sequela fosse terminata e invece sono ammessi di nuovo e più confidenzialmente alla compagnia del Signore. Essa continua nella Chiesa, ossia nella comunità riunita attorno a Simone che ha già ricevuto il primo annuncio e da cui il Salvatore non si può né staccare né isolare. Il viaggio verso Gerusalemme, solo apparentemente consiste in un ulteriore ritorno sui propri passi, in realtà diventa un progresso nella fede che da privata passa a testimoniata. Il calore che le parole del Signore avevano acceso nel cuore non poteva spegnersi in una compiacimento individuale, ma richiedeva di entrare in circolo nel corpo della Chiesa e trovare conferma nella certificazione degli Apostoli. Si crede per l'autorità di Dio che rivela e per la convalida autorevole dei suoi ministri incaricati di tale funzione. Perciò è importante che la comunicazione dei due discepoli sia anticipata dalla professione di fede ecclesiale che trova in Pietro il suo fondamento: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!". Non possediamo il racconto per esteso dell'apparizione del Risorto riservata a san Pietro, ma in ogni caso è dalla parola del primo degli Apostoli che viene accreditata la professione di fede comune. Ciò non toglie che ognuno dei credenti può narrare la sua esperienza, originale in alcuni tratti, ma nella sostanza coincidente con l'esposizione ufficiale della Chiesa. Per sentirsi coinvolti in una grande novità i due discepoli non avevano bisogno di dire cose nuove, piuttosto si accorgono di dire le stesse cose degli altri, ma in modo nuovo, partecipe e generoso. Inoltre l'episodio dei due discepoli di Emmaus ci fa riflettere che se il messaggio divino si adattasse completamente alle aspettative umane, non apporterebbe alcuna beneficio ai destinatari, lasciandoli nella loro ignoranza intellettuale e povertà spirituale. Pertanto esso richiede a chi lo riceve di compiere il salto di livello in cui propriamente consiste la fede. Credere richiede di modi di capire raffinati dopo le prime grossolane impressioni e giudizi di valore distinti staccati dal comune sentire. La testimonianza di Cleopa e del suo compagno ancora sottolinea che come è un atto proprio della fede il concepire interiormente le verità da credere, così lo è pure il confessarle esternamente. Lo dice san Paolo: "Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza". Non è necessario confessare la fede sempre e in qualsiasi luogo, ma quando l'omissione di tale gesto comprometterebbe l'onore dovuto a Dio, o anche l'utilità del prossimo allora diventa indispensabile. Quando uno, interrogato sulla sua fede, tacesse, e con ciò facesse credere di non averla, o che essa non sia vera, col suo silenzio oppure distogliesse altri dalla fede, allora la mancanza di una professione esplicita sarebbe colpevole. In casi simili il fedele non deve accontentarsi di aderire interiormente alla verità divina, ma deve confessarla esternamente. Nel corso dei nostri colloqui diretti con il Signore esponiamo pure i nostri dubbi e le nostre querele, (pronti eventualmente a ricevere i rimproveri che Egli non risparmia nemmeno agli affranti pellegrini di Emmaus), ma pubblicamente non esitiamo a portare una testimonianza positiva e costruttiva della nostra adesione al Signore. Un esempio di solenne dichiarazione di fede l'abbiamo sentito nella prima lettura con le parole di san Pietro alla folla nel giorno di Pentecoste: "Dio ha resuscitato Gesù e noi tutti ne siamo testimoni". A questa categoria di privilegiati testimoni apparteniamo anche noi; non teniamo per noi il tesoro prezioso dono della fede, ma facciamone dono al prossimo con generosità! |