| Omelia (10-04-2011) |
| don Daniele Muraro |
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Vita nuova da figli La settimana scorsa in avvio di racconto abbiamo sentito dire da Gesù: "Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo"; ora Egli aggiunge: "Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui." La divisione del giorno solare in dodici ore corrisponde all'uso romano. Secondo alcuni Gesù dice che c'è un tempo opportuno per tutto (come già recitava il saggio Qoèlet), e dunque, se fino ad allora si era tenuto lontano dalla Giudea in quel momento diventa giusto andarvi. Altri nel numero indovinano un riferimento agli Apostoli i quali dovrebbero quasi lasciarsi trascinare da Lui, come le ore seguono il sole. Più direttamente qui il Signore dichiara la volontà di evitare sotterfugi nel compimento della sua missione. Egli ha sempre agito "alla luce del sole", in tale condotta intende perseverare, prevedendo l'approssimarsi dell'ora suprema, e confidando nel Padre, di tale rettitudine si fa forza. Gesù inoltre rassicura i suoi discepoli: finché godranno della sua presenza, non potrà capitare loro nulla di male. A questo riguardo pregherà a lungo la sera dell'Ultima Cena, prima di uscire verso il monte degli Ulivi. È per un dovere di riconoscenza che il Signore si reca a Betania, ma soprattutto per dare un impulso decisivo alla sua missione. Il fatto che Gesù ritardi la partenza ci fa comprendere la gravità della decisione, ma apre la possibilità di un miracolo più grande. Anche di Lazzaro Egli è amico e non lo può abbandonare nel pericolo estremo. Alla coscienza divina di Gesù non sfugge che il malato è già morto, ma la sua potenza non termina nella conoscenza a distanza. Gesù è l'autore della vita e dunque può dire che per Lui l'amico è come se dormisse, in attesa di essere svegliato dalla sua voce. Di questa verità chiederà un'aperta professione di fede a Marta, davanti a compatrioti e discepoli. Non basta una opinione generica sulla sopravvivenza dell'anima dopo il disfacimento del corpo. Gesù indica in se stesso la fonte della vita. Egli è "la resurrezione e la vita" in senso causale, di restituzione, riparazione e perfezionamento. La vita nuova che Gesù darà sarà un ritorno all'esistenza nel corpo, ma in maniera definitiva, senza più pericolo di malattie, né deperimento. Egli è la resurrezione in vista di una vita vera di comunione eterna con Dio e con i fratelli. Dopo queste affermazioni può stupire che Gesù, arrivato davanti al sepolcro, alla vista di tutta la gente e alla presenza delle due sorelle si commuova profondamente fino ad un accesso di pianto. Nel prologo del suo Vangelo san Giovanni dichiara che Gesù è perfettamente Dio, uguale al Padre, ma nel corso del racconto non manca di evidenziare la sua perfetta umanità, capace di affetti e di amicizia. Gesù non recita, né quando si propone come il Salvatore e pretende la fede, né quando lascia effondere dall'animo lo sgomento per il male che trova nel mondo. Il suo non è un cedimento al sentimentalismo, bensì la maniera più semplice di entrare a contatto con l'angoscia umana e recuperarla. In ogni caso Gesù non perde la sua dignità, dando un esempio di compostezza e di misura anche nel dolore. Quando si fa indicare il monumento funebre non è per ignoranza, ma per far risaltare meglio il miracolo, sottolineando l'ineluttabilità crudele della morte. Il nome Lazzaro significa "Dio aiuta" e da ciò intuiamo che quest'uomo generoso e ospitale nei confronti di Gesù e del suo gruppo, nella malattia aveva invocato e aspettato l'intervento soccorritore da parte di Dio. Cristo va incontro all'amico che ora non può più nulla per sé e ciò vale come segno della sua volontà di soccorrere l'umanità affossata nel peccato e incapace da se stessa di risollevarsi. Non ci sono vincoli o impedimentti all'azione della grazia che chiama il peccatore dal suo errore, ma Gesù pretende qualcuno faccia la fatica di rimuovere la pietra che impedisce l'accesso diretto e poi comanda che altri si prendano curato del miracolato. Il Signore potrebbe fare tutto da solo, ma chiede il coinvolgimento del soggetto interessato, se può rispondere, oppure dei suoi familiari e amici. Molto vale la preghiera di intercessione fatta con insistenza e discrezione come dimostra il comportamento delle due sorelle del morto, Marta e Maria. Alla voce potente di Chi lo chiama Lazzaro esce, con il corpo ancora avvolto nelle bende e il sudario sulla faccia. Il richiamo forte fa tornare come da lontano l'anima e le infonde un vigore superiore al consueto, dandole la forza di spostare un corpo legato. Gesù è venuto a "riunire i figli di Dio" che erano dispersi; la maggior separazione è quella della morte, la quale però è solo un sintomo e una conseguenza dell'isolamento individuale che consegue al peccato. Prendendo a modello il caso di Lazzaro comprendiamo che davanti a Gesù morte fisica e peccato spirituale restano un assopimento da cui la sua voce può ridestare e far risorgere in attesa del giudizio ultimo. Venendo ad inaugurare il tempo della grazia Gesù restituisce ciascuna persona alla presenza di Dio e del prossimo. Egli toglie il peso di una pratica solo legale della religione, e conferma il legame con la comunità che si deve trovare unita nel lutto, come nella festa, nell'aiuto reciproco e nella celebrazione della fede. |