Omelia (22-05-2011)
mons. Roberto Brunelli
Un popolo di sacerdoti

"Vado a prepararvi un posto", dice Gesù nel brano evangelico odierno (Giovanni 14,1-12), "perché dove sono io siate anche voi". Confortanti parole: la vita non è quello che qualcuno pensa o teme, un inquieto muoversi senza senso, o peggio il fatale andare verso un precipizio in cui tutto si annulla. Chi crede nel Cristo morto e risorto, davanti a sé ha la prospettiva di una meta da raggiungere, sa che c'è un posto già preparato per lui. Ma come arrivarci? E' la domanda che al Maestro rivolge l'apostolo Tommaso, ideale portavoce di tutti quanti vogliono dare concretezza a quella prospettiva. La risposta suona lapidaria: "Io sono la via, la verità e la vita".
Tutti in questo mondo, con maggiore o minore lucidità, cercano la via da percorrere, cioè come comportarsi, e tanti trovano la risposta nelle proprie riflessioni, negli istinti, nei proclami di filosofi o di politici, negli esempi di personaggi noti. La trovano cioè nell'uomo, con tutti i rischi del caso: l'intelligenza umana, anche quando mossa dalle migliori intenzioni, è limitata e soggetta a mille errori, come l'esperienza dimostra; soltanto Lui, che è uomo ma anche Dio, può indicare la via sicura; soltanto Lui conosce la verità, e nella sua bontà ce la rivela, perché possiamo vivere la vita autentica, e già da ora, per poi raggiungerla in pienezza nel mondo venturo. La vita autentica: non quella illusoria dei paradisi artificiali (droga, alcool, sesso, danaro...) o quella di chi si pone al di sopra degli altri, sfruttandoli a proprio vantaggio e addirittura arrivando all'abominevole pretesa di decidere chi può vivere e chi no. "Io sono la via, la verità e la vita": solo accogliendo chi ha parlato così e ha operato in coerenza con queste parole, si può confidare nella vita ventura e intanto, già qui, costruire un mondo degno dell'uomo.
Della dignità umana parla oggi anche la seconda lettura (1Pietro 2,4-9): "Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa". Pietro ricorda così ai cristiani quale dono abbiano ricevuto da Dio: essi compongono una stirpe eletta, una nazione santa, un popolo trasferito dalle tenebre del non-sapere alla luce del conoscere la via, la verità e la vita. Usa poi un'espressione per molti ancora oggi sorprendente: i cristiani sono tutti sacerdoti. A differenza di quanto accade nelle altre religioni, nelle quali soltanto alcune persone sono autorizzate a compiere i riti sacri, nella Chiesa tutti sono abilitati: uomini e donne, giovani e anziani, ricchi e poveri, colti e analfabeti; con il battesimo tutti sono consacrati, cioè sacri a Dio, e perciò la loro intera esistenza è un atto di culto, che si esprime nella preghiera, nel manifestare la propria fede, nel praticare la carità. I ministri ordinati (vescovi, preti e diaconi) hanno compiti specifici, per i quali è richiesta una particolare preparazione; ma la loro presenza non annulla la sacralità degli altri. Risulta chiaro ad esempio nella celebrazione eucaristica, durante la quale il celebrante parla al plurale (noi ti ringraziamo, noi ti chiediamo, noi ti offriamo...) per designare se stesso e tutti i presenti: insieme, alla pari, il celebrante e gli astanti invocano la misericordia di Dio, lo lodano, ascoltano la sua Parola, professano la fede, offrono al Padre il sacrificio redentore del suo Figlio, vi partecipano con la Comunione.
Preti e laici dunque sono parte dello stesso popolo sacerdotale. Spiega il Concilio Vaticano II: "Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale sono ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo". Ecco la fonte della comune dignità.