Omelia (03-04-2011)
padre Ermes Ronchi
Chiamati alla luce della gioia di Dio

Una carezza di luce sul cieco. Gesù toc­ca e illumina gli oc­chi di un mendicante che ci rappresenta tutti.
Una carezza di luce che di­venta carezza di libertà. Chi non vede deve appoggiarsi ad altri, a muri, a un basto­ne, ai genitori, a farisei. Chi vede cammina sicuro, sen­za dipendere da altri, libe­ro. Come il cieco del Vange­lo che guarito diventa forte, non ha più paura, tiene te­sta ai sapienti, bada ai fatti concreti e non alle parole. Si nutre di luce e osa. Libero.
Una carezza di libertà che diventa carezza di gioia. Perché vedere è godere i volti, la bellezza, i colori. La luce è un tocco di allegria che si posa sulle cose. Così la fede, che è visione nuova delle cose, crea uno sguar­do lucente che porta luce là dove si posa: «Voi siete luce nel Signore» (Efesini 5,8).
I farisei, quelli che sanno tutte le regole, non prova­no gioia per gli occhi nuovi del cieco perché a loro in­teressa la Legge e non la fe­licità dell'uomo: mai mira­coli di sabato! Non capisco­no che Dio preferisce la fe­licità dei suoi figli alla fe­deltà alla legge, che parla il linguaggio della gioia e per questo seduce ancora.
Funzionari delle regole e a­nalfabeti del cuore.
Mettono Dio contro l'uomo ed è il peggio che possa ca­pitare alla nostra fede. Dicono: «I poveri restino pu­re poveri, i mendicanti con­tinuino a mendicare, i cie­chi si accontentino, purché si osservi il sabato! Gloria di Dio è il precetto osservato!». E invece no, gloria di Dio è un uomo che torna a vede­re. E il suo lucente sguardo dà lode a Dio più di tutti i sabati!
Ed è una dura lezione: i fa­risei mostrano che si può essere credenti senza esse­re buoni; che si può essere uomini di Chiesa e non a­vere pietà; è possibile 'o­perare' in nome di Dio e andare contro Dio. Ammi­nistratori del sacro e anal­fabeti del cuore.
Nelle parole dei farisei il ter­mine che ricorre più spes­so è «peccato»: «Sappiamo che sei peccatore; sei nato tutto nei peccati; se uno è peccatore non può fare queste cose»; anche i discepoli avevano chiesto: «Chi ha peccato? Lui o i suoi genito­ri?». Il peccato è innalzato a teo­ria che spiega il mondo, che interpreta l'uomo e Dio. Gesù non ci sta: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori». Si allontana subito, imme­diatamente, con la prima parola, da questa visione per dichiarare come essa renda ciechi su Dio e sugli uomini. Parlerà del pecca­to solo per dire che è per­donato, cancellato.
Il peccato non spiega Dio. Dio è compassione, futuro, approccio ardente, mano viva che tocca il cuore e lo apre, amore che fa nascere e ripartire la vita, che porta luce. E il tuo cuore ti dirà che tu sei fatto per la luce.