Omelia (08-05-2011)
mons. Antonio Riboldi
Resta con noi, Signore, si fa sera

Stando al racconto del Vangelo, siamo sempre nella giornata della domenica di Resurrezione, come a ricordarci che quel giorno non ha più fine anche per noi.
L'evento della passione e morte di Gesù aveva sconvolto tutti, a cominciare da chi l'aveva seguito, ma la Sua resurrezione era la Notizia stupenda, inattesa del giorno... come dovrebbe essere per il credente, pensando che ci attende un giorno la nostra resurrezione.
Quelli per cui Gesù dalla croce aveva pregato il Padre, perché li perdonasse, poiché 'non sanno quello che fanno', forse pensavano di essersi finalmente liberati di un incubo, cioè della presenza tra di loro di una Voce scomoda che parlava, viveva, operava, come 'fossé Dio,... e lo era realmente! A costoro era insopportabile un Dio che si faceva così vicino, mettendo a soqquadro la loro umana tranquillità. Per loro, i Giudei, e forse per tanti di noi, bastava osservare le Leggi di Dio, anche se queste poi, tante volte, erano solo un muovere le labbra, assumere comportamenti apparentemente 'giusti', ma con il cuore lontano.
Per altri, invece, quelli che Lo amavano, i discepoli e tanti altri che lo avevano seguito con fiducia e speranza, avevano creduto in Lui, avevano avvertito la bellezza di sentire in sé palpitare il Cuore di Dio, la Sua crocifissione e morte era stata il giorno del dolore più angosciante, del totale smarrimento e disorientamento, di un'immensa delusione e amarezza.
La morte del Maestro era stata la morte della speranza in Qualcuno che credevano non potesse 'sparire', come non fosse mai stato tra loro.
Ovunque, quel giorno, si parlava di Gesù, a diritto e a rovescio, come del resto si fa oggi.
Non si riesce a comprendere come tanti non credano nella resurrezione di Gesù e nella propria. Vivono nella convinzione che la vita sia un breve passaggio su questa terra... senza un domani... senza una ragione che giustifichi gioie e tante sofferenze!
Ma domandiamoci: se non ci fosse la certezza che anche noi un giorno risorgeremo, sperando nella Gloria del Cielo, che senso avrebbe nascere e vivere? Un poco come affaticarsi a fare una squadra che ad un certo punto finisce e si dissolve senza alcuna possibilità di continuità.
Che senso avrebbe soffrire o lottare?
È nella nostra natura - o così dovrebbe essere - sapere che non stiamo percorrendo la vita senza un traguardo, ma - anche se non crediamo - parliamo, lavoriamo, soffriamo, gioiamo sempre con l'occhio teso al domani. Quale domani?
Chi vive con lo sguardo al futuro, che è nella vita eterna con Dio, trova la forza, sempre, di dare una ragione alle sue azioni, alle sue fatiche ed alle sue sofferenze. Mi ha sempre colpito, visitando gli ammalati, a volte in fin di vita, scoprire come spesso trovassero la ragione di conforto e tante volte di serenità nel credere che la loro vita di sofferenze altro non era che un'attesa di vita felice con Dio, La loro stessa morte non era vista come la fine di tutto, ma il principio del tutto, che non può essere su questa terra.
Ci aiuta in questa riflessione il racconto del due discepoli di Emmaus, che stavano allontanandosi da Gerusalemme, delusi, dopo la morte del Maestro, che avevano amato, seguito, in cui avevano creduto.
"Due discepoli - racconta l'evangelista Luca - in quello stesso giorno della settimana, erano in cammino verso un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. "
È quello che capita a tanti di noi, quando siamo in difficoltà, emotivamente turbati, e pare che il Cielo sia sparito dai nostri occhi, sentendoci tremendamente soli: quella solitudine che è il più grande dolore che noi uomini possiamo provare, Non la solitudine, piena di Presenza, che alcuni uomini e donne scelgono per camminare più facilmente con Gesù, capace di infondere un'incredibile serenità, quasi fossero in compagnia di Angeli, ma una solitudine che è isolamento, senso di abbandono, incomunicabilità.
E Gesù disse loro: 'Che sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?'.
Si fermarono con il volto triste e uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: 'Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni? '.
Domandò: 'Che cosa?'. Gli risposero: 'Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, profeta potente in parole ed opere, davanti a Dio e a tutto il popolo: come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele. Con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne delle nostre ci hanno sconvolti. Recandosi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma Lui non l'hanno visto'...
E questo è il racconto di due discepoli smarriti, come spesso siamo noi, ma a cui sono giunte voci di qualcosa da loro ritenuto impossibile: la resurrezione, un evento divino, inconcepibile per il nostro 'buonsenso', ma che, se fosse vero - ed è vero! - darebbe alla loro e nostra vita la gioia piena, di chi sa che la vita va oltre il 'qui' ed 'orà,
In questa ridda di emozioni sospese, Gesù si manifesta, conducendoli per mano nella conoscenza delle Scritture. E Gesù disse: 'Stolti e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti. Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze, per entrare nella gloria?' E, cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro le Scritture, in ciò che si riferiva a Lui... "
E deve essere stato un discorso, quello di Gesù, da affascinare i cuori e chiarire le menti sulla missione ricevuta dal Padre di riscattarci con la Sua vita, passione, morte e resurrezione. È il messaggio che ci permette di essere - se vogliamo - figli di Dio, abitanti del Paradiso per l'eternità. Il Vangelo chiude questo incontro con la rivelazione di Chi Lui è per noi.
Un racconto commovente, che ha parole che sono tante volte sulle nostre bocche, espressione della nostra necessità di essere certi che Lui è con noi, il Vivente.
"Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero:
'RESTA CON NOI, SIGNORE, PERCHÉ SI FA SERA E IL GIORNO GIÀ VOLGE AL DECLINO'.
Quante volte questa preghiera sale spontanea alle nostre labbra, quando ci sentiamo soli o smarriti! "Gesù entrò per rimanere con loro, Quando fu a tavola con loro, prese del pane, diede la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista, Ed essi dissero l'un l'altro: 'Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando spiegava le Scritture?' (Lc. 24, 13-35)
E' davvero commovente la delicatezza con cui Gesù ci mostra quanto ci sia vicino!
Questa è la vera Pasqua di ogni giorno, per noi che tante volte camminiamo nella vita con le delusioni e il volto triste dei due che ritornavano ad Emmaus.
"Perché siete tristi? - chiedeva Paolo VI - Vedete che il Signore ci rimprovera. Il Signore ha rimproverato i due viandanti, perché la loro fede non era solida. Un maestro dello spirito conferma dicendo: 'Nella vita spirituale c'è una sola tristezza legittima, ed è quella che ci sorprende quando abbiamo mancato: i nostri peccati soltanto sono la nostra tristezza'. Perciò la vita cristiana deve sempre avere questa lampada accesa sopra di sé: la gioia. Tutto deve svolgersi nel clima di una semplice ma serena pace, che parte dalla grazia di Dio che consola e fa liete le anime.
Vorrei domandarvi: avete mai incontrato un santo? E se l'avete incontrato ditemi: qual è la nota caratteristica che avete trovato in quell'anima? Sarà una gioia, una letizia così composta, così semplice, così vera. Ed è questa trasparenza di letizia che ci fa dire: quella è davvero un'anima buona, perché ha la gioia nel cuore.
Ebbene io auguro che voi tutti, che siete uniti a Cristo, abbiate sempre la letizia nel cuore.
Ed è anche il mio augurio... per noi, che tante volte, per la nostra poca fede, tanto somigliamo ai
due discepoli di Emmaus: 'tristi', quando ne sentiamo la mancanza (anche se Lui è sempre con noi!) ma pronti a ritrovarLo 'nello spezzare il pané dell'Eucarestia.