Omelia (01-05-2011)
don Maurizio Prandi
Guariti da una umanità ferita

Con la celebrazione domenicale si chiude l'"ottava di Pasqua", otto giorni che sono un giorno solo, otto giorni nei quali abbiamo ascoltato i vangeli delle "apparizioni" (metto le virgolette perché vedremo che è un termine improprio...) di Gesù. Vangeli che ci parlano di una "umanità ferita", dove il dolore non è l'ultima parola, una umanità che, proprio perché ferita, è cercata dal Signore ed è sanata dalla sua presenza.

Umanità ferita quella di Maria di Magdala, quella dei due discepoli di Emmaus, quella dei discepoli chiusi nel cenacolo, quella dei discepoli che da pescatori di uomini tornano ad essere pescatori di pesci... oggi, in particolare l'umanità ferita di Tommaso, cambiato da un incontro, quello con Gesù, terminato in un modo tanto drammatico da rischiare di chiuderlo per sempre all'esperienza del credere. Oggi ma non solo (anche durante tutta la scorsa settimana), il vangelo ci dice una cosa a mio parere bellissima: la nostra umanità ferita è sanata, guarita dall'incontro con l'umanità ferita di Gesù. E' salvata dall'amore, dalla condivisione, dalla disponibilità, dalla dedizione, e segno eloquente di questo amore sono le mani, i piedi, il costato feriti... non dimentichiamo che sono l'ultimo segno, il più alto, il più importante quindi, che Gesù mostra ai suoi discepoli nel vangelo di Giovanni. Ci raccontano di un Dio che in Gesù è totalmente coinvolto nella nostra vicenda umana: nella vicenda dei familiari di Briso, infermiera che a Cascajal non si è mai stancata di aiutare persone, a qualsiasi ora del giorno e della notte e che in due mesi è stata letteralmente "mangiata" da un tumore, o nella vicenda di Keyni, 15 anni, che per dodici è stato vicino a sua mamma (Barbara), malata, fino a tenerle la mano negli ultimi istanti della sua vita, nella vicenda di Adrian, che aspettava la sua fidanzata partita per il primo anno di servizio come medico in Venezuela e al suo ritorno ha scoperto di essere diventato per lei (confusa non si sa bene da cosa), uno sconosciuto. Non so dire bene dove comincia e dove finisce la fede di Tommaso, o la sua incredulità, perché non so dire dove nasce o dove naufraga la mia fede, però posso dire che Tommaso certamente è abitato da una passione grande, tanto grande da spingerlo a desiderare di identificarsi con Gesù e la sua storia è andiamo anche noi a morire con lui! Chissà, forse è proprio per questo che lo chiamano Didimo, gemello, gemello di Gesù perché abitato, come lui, da una forte passione. Nel suo commento in Servizio della Parola don P.R. Scalabrini scrive che è proprio questo fortissimo senso di appartenenza che gli fa fare resistenza, perché la morte è una cosa seria e con la morte non si può giocare a raccontare favolette. Per questo chiede, vuole le ferite di Gesù: la prova della Risurrezione non è la gloria, il trionfo, la vittoria, lo splendore luccicante. La prova della Risurrezione dico io, sono quelle ferite che raccontano l'amore.

Bellissime le prime parole di Gesù, parole di pace. Non augura la tranquillità ma la pace e sono due cose distinte. Forse nemmeno augura... mi pare più una constatazione è Pace a voi! È lì la pace, in mezzo a loro perché la pace è Gesù stesso, come ogni uomo o donna che amano veramente sono "la pace". La prima parola per la comunità cristiana riunita è la pace, primo dono pasquale per la nostra chiesa è la pace, prima nostra responsabilità è accogliere, custodire, costruire la pace. Non è la tranquillità ripeto...la pace è ciò che nasce dall'amore per gli altri e che quindi ha un prezzo, a volte molto alto. Un mio amico, ateo, il giorno del ritrovamento dei corpi dei monaci di Thiberine mi ha detto: la pace è possibile perché nel mondo ci sono persone così, come questi monaci che hanno offerto la loro per vita per restare in un luogo, per condividere la sofferenza di un popolo. Che bello anche, se ogni messa, quando ci scambiamo la pace, fosse davvero il segno, stringendo le mani, dell'accoglienza da parte nostra delle ferite dei nostri fratelli, per poter dare loro una casa, un po' di conforto e di consolazione.

Il vangelo ci ricorda anche, per due volte, quale sia il posto di Gesù: stette in mezzo al centro della comunità, al centro della vita, al centro del nostro comunicare, del nostro relazionarci. E' la sera di Pasqua dice il vangelo, ancora una volta il buio, oggi come domenica scorsa per Maria di Magdala... e se fosse buio anche per noi non importa, perché Gesù viene nel nostro buio. Viene Gesù, si presenta Gesù... non: appare. Bello anche questo: Gesù è colui che viene, colui che si fa presente con l'unico obiettivo di stare con i suoi, di stare in mezzo. E' molto importante questo per le nostre comunità qui a Cuba, perché stiamo vivendo l'attesa della "Virgen peregrina", l'immagine della patrona di Cuba, quella Virgen de la Caridad a cui tutti i cubani guardano con speranza e amore. In occasione dei 400 anni dal ritrovamento sta passando in tutte le parrocchie dell'isola. Emotivamente è qualcosa di molto ma molto forte, difficilmente immaginabile per chi vive lontano. Migliaia di persone domenica scorsa ad accoglierla nella nostra Diocesi di Santa Clara. In parrocchia speriamo sia l'occasione per centrare la nostra vita in Dio, per porre Gesù al centro, proprio come fa Maria, che ci insegna a custodire il mistero per non perdere nulla dell'incontro con Dio, un incontro prima di tutto da desiderare con il cuore. Dico questo perché l'incontro e non l'apparizione è la modalità scelta da Gesù. La nostra vita di fede è l'incontro di due desideri credo, quello di Dio e quello dell'uomo. Tutto questo per camminare, per crescere e provare a farla finita con le domande sciocche e meschine che alle volte ci facciamo: Ma quanti siamo? Quali risultati abbiamo raggiunto? E' venuta la televisione?... vogliamo provare in questo tempo di Pasqua a cambiare la domanda perché veramente si muova la vita: Chi cerco?