Omelia (01-05-2011)
mons. Vincenzo Paglia
Otto giorni dopo venne Gesù

Gli Apostoli se ne stavano rintanati nel Cenacolo, a porte chiuse, per paura. Paura di perdere la loro vita e la loro tranquillità o anche quel poco che era loro rimasto dopo la morte di Gesù. Erano tristi e rassegnati, tanto da prendere in giro le donne che avevano annunciato loro la resurrezione di Gesù. Ma il Signore aprì il loro cuore e vinse la loro incredulità. Al vedere il Signore - scrive l'evangelista - i discepoli gioirono e furono ripieni di Spirito Santo. Furono trasformati profondamente come da una nuova e irresistibile energia interiore. Non erano più come prima. E subito lo dissero a Tommaso: "Abbiamo visto il Signore!". Ma Tommaso non volle credere alle loro parole: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò". Eppure non era un cattivo discepolo. Quando Gesù aveva parlato della sua dipartita, Tommaso si era fatto avanti: "Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?". Non era incapace di sentimenti. Tuttavia, aveva ormai accettato che la resurrezione, di cui Gesù aveva pure parlato, fosse solo un discorso. E quando gli altri dieci gli annunciarono il Vangelo di Pasqua, egli rispose con il suo discorso, con il suo credo: "Se non vedo e non metto la mano nel suo costato, non crederò". È il credo di un uomo non cattivo, anzi generoso. Ma per lui esiste solo ciò che vede e tocca. Potremmo dire che è l'atteggiamento dell'uomo esteriore, prigioniero del proprio orizzonte ristretto, che non crede a quello che non riesce a toccare, a ciò ch'è lontano da sé e dal proprio interesse. È il "non credo" di un mondo di egocentrici, che facilmente diventa pigro, violento e ingiusto. L'egocentrismo porta sempre a chiudere il proprio cuore. In questo senso Tommaso è anche dentro di noi. Tuttavia il Vangelo non si scandalizza di tale incredulità. Anzi in certo modo suggerisce che le difficoltà a credere non sono mai mancate; fin dall'inizio il Signore ha dovuto scontrarsi con l'incredulità dei discepoli. Solo le donne non dubitano. Forse perché il loro cuore si era lasciato tanto trafiggere dall'amore di Gesù da non abbandonarlo neppure sulla via della croce.

Otto giorni dopo la Pasqua, Gesù ritorna in mezzo ai discepoli. Questa volta c'è anche Tommaso. Potremmo aggiungere: ci siamo anche noi. E Gesù, dopo aver ripetuto il saluto di pace, invita Tommaso a toccare le sue ferite. In verità è Gesù che tocca il cuore incredulo del discepolo chiamandolo per nome ed esortandolo: "non essere incredulo, ma credente". Queste parole piene di affetto e di tenero rimprovero fanno cadere in ginocchio Tommaso; non ha avuto bisogno di toccare, perché è stato toccato lui nel cuore dal Vangelo. Certo ha visto il Signore ancora segnato dalle ferite. E forse è stata proprio la visione del corpo ferito, il veicolo attraverso cui le parole del Signore sono arrivate al cuore di Tommaso. "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato", dice Gesù a Tommaso. Sì, è necessario mettere le mani nei tanti corpi feriti, malati e indeboliti che noi incontriamo, se si vuole incontrare il Signore risorto.