Omelia (14-07-2002)
padre Ermes Ronchi
Anche se i frutti tardano, il cuore può essere terra fertile

Il nostro cuore è una zolla di terra, di terra pronta a dare la vita ai tuoi semi, Signore (G. Vannucci). Essere terra aperta, capace di accogliere, felice di nuovi semi; essere, come la buona terra, capaci di moltiplicare la vita, ecco la nostra vocazione. Un seminatore uscì a seminare. Già solo questa frase vibra di gioia e di profezia, piena di promesse e di estati, presagio di pane e di fame saziata. Ancora Dio esce a seminare, diffonde i suoi germi di vita a piene mani, e le strade del mondo e dell'anima esultano.
Dal vangelo viene l'immagine di un Dio che vuole essere il fecondatore infaticabile delle nostre vite, mano che dona, forza che sostiene, voce che risveglia. Lui è la certezza che domani io sarò più vivo. Per merito dei suoi semi in me, al tempo stesso campo di sassi e di spine, terra buona e cuore calpestato. Dio è come la primavera del cosmo, noi come l'estate profumata di frutti. Attraverso di me Dio moltiplica frutti e vita, in me tuttavia si può interrompere il corso delle sue meraviglie. Spesso non per malizia, solo per distrazione. Ma io so che la mia forza è nella instancabile, regale seminagione di Dio. So che per tre volte, come dice la parabola, per infinite volte, come dice la mia esperienza, non rispondo, fermo il corso del miracolo. Poi accade che una volta rispondo, con il trenta, il sessanta, il cento per uno. La parabola non racconta di un contadino maldestro nel suo lavoro, racconta una fiducia: verrà il frutto, il piccolo seme avrà il sopravvento. Contro tutti i rovi e le spine, oltre i sassi e i passanti, c'è sempre una terra che accoglie e che fiorisce. E anche se la risposta per tante volte è negativa, alla fine spunterà il germoglio. Anche in me, che sento il peso dei miei no, e il ritardo di frutti che non maturano; in me, terreno di rovi e pietre, di passi perduti e di rapaci. Perché la forza è nel seme e non tornerà a me, dice il Signore, senza aver portato frutto (Isaia 55,11).
Noi siamo chiamati ad essere contadini della Parola, a diffonderla, con l'ostinazione fiduciosa della parabola; fiducia la forza non è in me, ma nella Parola. Se io predicassi del Vangelo ciò che riesco a vivere, non dovrei nemmeno aprire bocca. Ma io non predico ciò che ho raggiunto, ma la vita di Dio che abita la più piccola delle sue parole. Tento di dire la potenza della Parola, più forte delle mie viltà, che rovescia le pietre delle tombe, incendia le primavere e si ribella, insieme alla creazione, a tutte le sterilità.