| Omelia (17-04-2011) |
| Agenzia SIR |
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Commento su Mt 26,14- 27,66 Il lungo viaggio verso Gerusalemme sta per finire. Dopo Gerico mancano le ultime due tappe: Betfage e Betania. Gesù manda due discepoli a prendere un puledro per entrare in Gerusalemme sul suo dorso. Quella di Betfage è simbolo della regalità mite e pacifica di Gesù, contestata e rifiutata. Nei tempi antichi il puledro d'asina era cavalcatura dei principi, dei re. Gesù afferma di esserlo e tale entra nella sua città. Il cavallo è per la guerra, espressione di potere e forza, non di pace e mitezza. Questo re che entra in Gerusalemme conquisterà i popoli con l'infinita umiltà di cui parla Paolo ai cristiani di Filippi (seconda lettura). Servo umiliato che si prepara a soffrire violenza, Gesù non possiede neppure un asino, ne ha bisogno! Presto salirà il trono della croce per essere il principe della pace. La gioia dei discepoli che lo accompagnano assomiglia a quella di Zaccheo e del cieco nato, che avevano riconosciuto la vera natura di quell'uomo, mentre contrasta con la reazione dei farisei, scandalizzati da chi lo acclama Messia. I farisei non contestano i discepoli, ma la regalità di Gesù, come prima lo avevano criticato per essere andato da Zaccheo. Gesù è contestato fino alla morte, ma saranno persino le pietre a rendergli testimonianza. Gerusalemme è la vigna del Signore, luogo delle nozze tra Dio e il popolo, le nozze con l'umanità, ma anche luogo dell'uccisione del figlio, l'erede. Ancora una volta si scrive la totale diversità del Cristo da tutti i re della terra. Gesù arriva nel centro del mondo e nel cuore della storia, raccogliendo in sé tutte le contraddizioni e le ferite, le speranze dell'umanità e del cosmo. Finalmente, al termine del lungo viaggio, il Messia giunge a Gerusalemme, la Città santa, figura di Israele identificata da una donna, da una sposa e da una figlia. La poesia e la preghiera di padre Turoldo ci accostano alla folla di Gerusalemme per unirci alla grande e festosa accoglienza di Gesù e ricambiare, in qualche modo, quello che egli ha fatto e ci ha donato. Io vorrei donare una cosa al Signore ma non so che cosa. Non credo più neppure alle lacrime, e queste gioie sono tutte povere: metterò un garofano rosso sul balcone canterò una canzone tutta per lui solo. Andrò nel bosco questa notte e abbraccerò gli alberi e starò in ascolto dell'usignolo, quell'usignolo che canta sempre solo da mezzanotte all'alba. E poi andrò a lavarmi nel fiume e all'alba passerò sulle porte di tutti i miei fratelli e dirò a ogni casa: "pace!" e poi cospargerò la terra d'acqua benedetta in direzione dei quattro punti dell'universo, poi non lascerò mai morire la lampada dell'altare e ogni domenica mi vestirò di bianco. Commento a cura di don Angelo Sceppacerca |