| Omelia (14-07-2002) |
| don Fulvio Bertellini |
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Occhi per vedere, mani per agire Lo sguardo di Gesù Le parabole di Gesù sono piccoli capolvori, che non finiscono mai di sorprendere. Il massimo della profondità, racchiuso nel massimo della semplicità. E' importante capirne il contenuto, ma ancora più importante è acquisirne lo sguardo. Quello sguardo di fede di Gesù, che trasforma una normale uscita per la semina in una descrizione del Regno di Dio. O meglio: si tratta di qualcosa di più di una descrizione. Nel momento in cui Gesù racconta, e il pubblico lo ascolta, lì il Regno di Dio sta già cominciando. la parabola quindi si configura già come un INIZIO DEL REGNO, una porta per entrarvi. L'avventura nel quotidiano "Il seminatore uscì a seminare...": si tratta di una scena assolutamente quotidiana, per secoli ripetutasi pari pari ad ogni stagione, almeno fino all'arrivo dei trattori; dopodiché si è ripetuta pari pari ad ogni stagione, con la sola aggiunta del trattore. Gesù individua in questo atto quotidiano un piccolo dramma, che, senza esagerare, possiamo considerare una questione di vita o di morte, di fallimento o di successo. Già il salmista, secoli prima di Gesù, cantava: "Chi semina nel pianto, raccoglie nella gioia". La semina in effetti è un rischio. La rinuncia ad un bene immediato, in vista di un bene futuro, ma incerto. Il tema portante della parabola è appunto questo fattore di rischio, di incertezza, per il quale l'azione apparentemente banale e ordinaria della semina diventa un'avventura di tutto rispetto. L'avventura del Regno Ma c'è un'altra avventura in corso, ed è proprio il Regno di Dio. Per il quale Gesù non sta compiendo alcuna azione produttiva: solo raccontare alcune parabole. Questo suscita la curiosità dei suoi interlocutori. Perché parlare in parabole? Non esiste altro modo per instaurare il regno, magari più proficuo? La risposta di Gesù è sorprendente: "a voi è dato di conoscere i misteri del Regno dei cieli, ma a loro non è dato". I discepoli si sono lasciati coinvolgere dal Regno; e equindi progressivamente lo capiscono sempre di più. La folla invece non si lascia coinvolgere, resta spettatrice, e quindi non lo capisce. In realtà, né i discepoli né la folla capiscono in profondità il Regno; ma i discepoli sono incamminati a comprenderlo, la folla resta ferma. Reazione a catena Il paradosso è che occorre lasciarsi coinvolgere per capire il Regno; ma per lasciarsi coinvolgere occorre capire. Sembra un circolo vizioso senza uscita; ma la chiave di ingresso è proprio la parabola. Ogni volta che racconta una parabola, Gesù comincia a coinvolgere l'ascoltatore, e gli dà una minimale chiave di comprensione. L'ascoltatore della parabola si lascia quindi coinvolgere, e comincia a capire, e questa comprensione cresce in maniera progressiva, man mano che frequenta il Maestro. Per questo Gesù aggiunge: "a chi ha sarà dato": solo chi si lascia appassionare dal Regno di Dio, progressivamente ne capisce sempre meglio le esigenze, ed sempre più capace di viverle, e quindi progredisce sempre; mentre "a chi non ha sarà tolto anche quello che ha": perché chi resta solo spettatore, o non compie le scelte decisive in favore del Regno, progressivamente si isterilisce, si blocca, come un motore con le candele fuori uso. La chiave gira, il motorino di avviamento si mette in moto, la benzina viene iniettata... ma se non scocca la scintilla il motore non parte. Così anche la folla degli ascoltatori di Gesù è composta indubbiamente da molte brave persone, che compiono molti gesti di bene, ma la scintilla del Regno non scatta. E anche nella nostra vita, possiamo compiere molte opere buone, ma restare sterili, bloccati: il Regno di Dio resta al di fuori della nostra vita. Accoglienza integrale Come dunque evitare il rischio di vedere e restare ciechi, ascoltare e non capire? Nella spiegazione della parabola, che conclude questa prima parte del discorso parabolico in Matteo, Gesù indica nella parzialità la ragione del fallimento. Chi accoglie la parola solo in parte, con delle riserve, alla fine fallisce, perché manca sempre qualcosa. Invece porta frutto chi la accoglie in maniera integrale, con tutto se stesso: con la mente, con il cuore, con le azioni, nella profondità della coscienza e nell'esteriorità dei comportamenti. La tentazione da combattere è dunque quella di una fede a comparti stagni: molti, pur credendo, tengono consapevolmente lontano Gesù o dal lavoro, o dal tempo libero, o dal modo di vivere la sessualità... e a poco a poco lo spazio della fede si erode. Anche per una sola piccola scelta sbagliata. A chi non ha sarà tolto... Flash sulla I lettura "Così sarà della parola uscita dalla mia bocca...." Il brano è preso dal capitolo 55 del libro del profeta Isaia, ed è la conclusione della seconda parte, detta comunemente "Deuteroisaa". In essa si presenta una ricca teologia della Parola, che trova il suo culmine in questa solenne conclusione. La Parola di Dio è destinata infallibilmente a realizzarsi, anche per vie che sfuggono alla comprensione degli uomini. Capire il progetto di Dio è privilegio del profeta e delll'uomo di Dio: non è un fatto puramente intellettuale, ma un problema di adesione personale. Credere è lasciarsi coinvolgere dalla storia della salvezza, e questo richiede del tempo. Per questo il profeta annuncia il compimento delle parole di Dio con un paragone agricolo: la pioggia che irriga i campi, ha bisogno di molto tempo, ma giunge infallibilmente a buon fine. Flash sulla II lettura La lettera ai Romani si presenta come uno splendido trattato teologico, che sviluppa il pensiero sulla redenzione nei primi suoi otto capitoli. Ci troviamo quindi nel capitolo conclusivo, in cui Paolo tira le somme della sua argomentazione e incoraggia a perseverare nella fede appena riscoperta. In particolare questo passaggio riguarda il contrasto tra le tribolazioni presenti e la gloria futura. Siamo salvati, eppure al presente dobbiamo soffrire: come è possibile questo? "...le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi...": Paolo affronta il problema con decisione. La gloria resta incommensurabile con le sofferenze e le tribolazioni. Può dire questo a buon diritto, lui che per il Vangelo ha affrontato fatiche di ogni genere, frustate, percosse, e che più volte ha rischiato la vita. Paolo fa notare che l'attesa della rivelazione finale ha dimensioni universali, si estende a tutta la creazione: ogni creatura aspira alla redenzione definitiva. |