| Omelia (10-04-2011) |
| Gaetano Salvati |
|
Si, o Signore, io credo Il Vangelo di questa Domenica racconta uno dei più grandi segni del Salvatore: Gesù di Nazaret riporta in vita un uomo morto. San Giovanni riferisce che un caro amico di Gesù, Lazzaro, è molto malato. Le sorelle del moribondo, Maria e Marta, cercano ansiosamente il Messia (V. 3). Ma Gesù è lontano da loro, lontano da Gerusalemme. Anche quando gli comunicano la brutta notizia, il Nazareno rimane per alcuni giorni nel luogo in cui si trovava (v. 6). Perché agisce così? Forse per egoismo, per mostrare al mondo che Dio è distante dai sofferenti? No, fratelli. Gesù ascolta solo la volontà del Padre: obbedisce fino in fondo al disegno salvifico di Dio. Infatti, dopo due giorni, Gesù decide di andare a Betania. Egli sa che Lazzaro è morto, lo dice anche ai discepoli. Questa è l'ora di mostrare ai timorosi discepoli che la fede nel Signore deve essere piena, totale. Il timore dei discepoli, avvolte, può essere paragonato alla nostra fede: indeboliti dalla condizione difficile del nostro esistere nel mondo, ci disperiamo, e naufraghiamo nel mare dello sconforto. Il Figlio dell'uomo è la vera Luce che illumina le strade tenebrose dell'umanità: dietro Lui, noi cristiani, discepoli del XXI secolo, non dobbiamo temere di inciampare (v. 10). Arrivato a Betania (v. 17), periferia di Gerusalemme, Gesù è accolto da Marta, mentre Maria è seduta in casa. Marta appena vede il Signore quasi lo rimprovera: "se tu fossi stato qui, tutto questo non sarebbe successo" (v. 21). Sarebbe bello un Dio che compie la nostra volontà; ma questa non sarebbe neppure autentica fede in Gesù Cristo. Subito dopo, però, Marta prega il Signore, sa che Lui è il Messia e può chiedere tutto al Padre (v. 22). Nelle parole della donna non vi è disperazione per la morte del fratello, quanto incredulità per l'abbandono dell'amico. Di fronte a lei c'è la Speranza fatta carne: "tuo fratello risorgerà" (v. 23), e poi: "io sono la risurrezione e la vita" (v. 25). A questo punto, il Salvatore pone un interrogativo a Marta: "credi tu questo?" (v. 26), vale a dire: tu confidi che chiunque crede in me non muore? La risposta della sorella di Lazzaro è una straordinaria professione di fede: "si, o Signore, io credo che tu sei il Figlio di Dio, l'inviato del Padre" (v. 27). Notiamo come Gesù, con la sua presenza e con le sue parole, conduce Marta verso la comprensione della missione del Redentore, e, dunque, verso la fede. Nel frattempo, anche Maria, l'altra sorella di Lazzaro corre ai piedi di Gesù e piange (v. 32). Ripete al Maestro le stesse parole di Marta: "se tu fossi stato qui" (v. 32); ma Gesù non le dice nulla, anzi si commuove vedendola piangere (v. 33). Come interpretare il pianto del Messia? È rammaricato per non essere venuto in tempo a salvarlo? No: il Cristo non può avere rimpianti. Piange forse per la morte di Lazzaro? No: sapeva quello che stava per compiere. Perché piange allora? È profondamente commosso a causa della morte, introdotta nella storia dell'uomo dal peccato. Il Figlio di Dio si è incarnato per ridare all'umanità la vita, per rendere partecipi ognuno della vita divina. Con il sacrificio della Croce, infatti, Gesù ha sconfitto la morte: d'ora in poi ogni morte nella fede, sarà una morte in Cristo. Intanto, San Giovanni informa che Gesù, "ancora profondamente commosso" (v. 38), si reca al luogo dove hanno seppellito Lazzaro. Il Salvatore è determinato: "togliete la pietra" (v. 39), "se credete vedrete la gloria di Dio" (v. 40). Dopo aver ringraziato il Padre, il Figlio grida: "Lazzaro, vieni fuori" (v. 43), e il morto esce dalla tomba (v. 44). Cari fratelli, Gesù di Nazaret grida ai nostri cuori: "venite fuori dai vostri sepolcri", cioè dal peccato, "e accostatevi alla Luce". Prestiamo ascolto al grido del Nazareno, contempliamo, nei nostri gesti quotidiani, l'Amore infinito di Dio che non ci vuole morti ma vivi nella speranza, nella carità e nella fede. Amen. |