Omelia (10-04-2011)
mons. Roberto Brunelli
Si può sempre risorgere

Dopo l'episodio della samaritana al pozzo, letto due domeniche fa', e quello della guarigione del cieco nato, letto domenica scorsa, oggi si completa la "trilogia della vita" che la quaresima di quest'anno trae dal vangelo secondo Giovanni: Gesù risuscita il suo amico Lazzaro, morto ormai da quattro giorni (Giovanni 11,1-45), e a beneficio suo e nostro pronuncia una clamorosa promessa: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno". L'episodio sembra introdurre il tema proprio della Pasqua, la risurrezione di Gesù; ma in proposito occorre fare chiarezza, anche considerando in quanti sensi si usano i termini connessi col verbo risorgere.
Alessandro Manzoni, ad esempio, sintetizzò le fortune politiche di Napoleone nella lapidaria espressione "Cadde, risorse e giacque": risorse in senso traslato, appunto politico, dopo la sconfitta di Lipsia e prima di quella definitiva di Waterloo. Così si dice che "risorge" da una fase difficile un'impresa commerciale, una pubblica istituzione, un intero popolo. Nella prima lettura il Signore, per bocca del profeta (Ezechiele 37,12-14), preannuncia la liberazione degli ebrei deportati in Babilonia, in termini di risurrezione: "Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d'Israele". Qualcosa di simile sta accadendo ai popoli del Nordafrica, in lotta per "risorgere" dopo lunghe tirannie, e noi italiani stiamo celebrando i 150 anni dal coronamento di quello che non a caso si è chiamato risorgimento, parola che ha lo stesso significato di risurrezione. Talora si dice che risorge anche chi, prostrato dalle vicende della vita (una grave malattia o altre sventure), aveva perso la speranza e invece la ricupera.
In senso proprio, risurrezione è ritorno alla vita dopo la morte, miracolo straordinario come quelli compiuti da Gesù a beneficio della figlia di Giàiro (Matteo 9,18-26), del ragazzo di Nain (Luca 7,11-15) e di Lazzaro: tuttavia, si tratta qui di tre ritorni alla vita ordinaria, temporanei; non si sa dopo quanti anni, ma tutti e tre questi risorti poi sono morti come tutti, definitivamente. Ben diverso è il caso di Gesù, risorto il terzo giorno dalla morte in croce: risorto e da allora vivo per sempre. Diverso, anche perché della sua vita senza fine egli vuole far partecipi gli uomini. A cominciare da ora, dalla vita presente, elargendo, a chi si pone nella condizione di accoglierla, la sua grazia, cioè la sua stessa vita, che comincia qui per poi consolidarsi senza più rischi nel mondo venturo, per sempre. E' quanto ricorda anche la seconda lettura di oggi (Romani 8,8-11): "Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi"
Quando l'apostolo Paolo parla della "carne", come fa qui scrivendo ai cristiani di Roma, intende riferirsi a tutti quegli interessi terreni (egoismi, sensualità, bramosie di ricchezze fama potere eccetera) che legano l'uomo alla terra e gli impediscono di guardare in alto, di guardare oltre, alla vita nei suoi valori più nobili che costituiscono la vera e unica eredità da portarsi nella vita ventura. Questi valori, nella sua bontà è lo stesso Signore ad indicarli, e a sostenere quanti si propongono di conseguirli; per questo - dal battesimo in poi - lo Spirito di Dio, la sua grazia, abita in noi. E, meraviglia delle meraviglie, se l'uomo nella sua fragilità torna alla ricerca dei meschini interessi terreni e così perde la grazia, Dio gli concede - con la confessione - di ricuperarla, consentendogli di tornare alla vita vera. Anche questa è una risurrezione.