| Omelia (10-04-2011) |
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COMMENTO ALLE LETTURE a cura di padre Gianmarco Paris Una domenica di queste, nell'intervallo tra la messa nella chiesa parrocchiale e la messa in una cappella rurale, sono passato a fare una preghiera nella casa di una famiglia conosciuta, in cui il giorno prima era morto un giovane di 30 anni, che si era spostato da poco e che era coordinatore del gruppo dei giovani della sua comunità. Cosa potevo dire ai famigliari che piangevano il loro figlio e sposo? Nulla, se non testimoniare con la presenza la nostra comunione e la fede nel Signore che è più forte della morte. Durante questa quaresima mi è capitato di vivere varie situazioni di questo genere, nel mio servizio pastorale in parrocchia. Ogni volta mi trovo di fronte a un mistero che mi supera, e di fronte a tanti volti che chiedono spiegazioni e soprattutto consolazione. Ma chi non si è trovato di fronte a situazioni così? Tocchiamo da vicino - in questi momenti - il mistero della vita, che riempiamo di tante cure, preoccupazioni, progetti, ma di cui non possiamo programmare l'origine né la fine (e per questo sentiamo che va oltre la nostra capacità di comprenderla, rimane un mistero). Il cammino della quaresima, che ci prepara a celebrare ogni anno la Pasqua di Gesù, ci fa entrare oggi in una casa come quella che ho visitato quella domenica: Lazzaro era morto e le sorelle piangevano consolate dai famigliari e amici. Gesù era tra gli amici di quella famiglia (probabilmente quando si recava nella capitale dormiva da loro). Era stato avvisato della malattia grave dell'amico Lazzaro, ma - stando fuori dalla Giudea - non si era messo in cammino subito; aveva invece commentato che la malattia dell'amico non era per la morte ma per la gloria di Dio, ma cosa potevano significare quelle parole per i suoi discepoli e per noi, che sappiamo che una malattia grave non può terminare se non con la morte? Anche quando le spiega, dicendo che Lazzaro dorme e Gesù va a svegliarlo, i discepoli fanno difficoltà a capirlo. Arrivando a Betania Gesù non entra subito nel villaggio: le sue sorelle gli vanno incontro, per accoglierlo e per esprimere il loro dolore. Questi incontri non ritardano l'incontro di Gesù con Lazzaro, come se avesse difficoltà ad affrontare il problema della morte, ma ci permettono di sentire tutta l'umanità delle sorelle e anche di Gesù, che si commuove vedendole piangere. Al tempo stesso però il dialogo di Gesù con le sorelle ci prepara per il momento in cui Gesù si reca al sepolcro. Gesù annuncia a Marta che suo fratello risusciterà, non solo nell'ultimo giorno, come credeva la fede giudaica, ma in quel preciso momento, per la presenza di Gesù. Qui Egli si presenta come la resurrezione e la vita, e promette che chi crede in lui, pur passando per la morte, vivrà. È l'affermazione più forte di tutto il racconto: è una promessa che chiede fede. Insieme a Marta ognuno di noi che accoglie questa parola è chiamato a rispondere. Senza la risposta della fede potremo anche seguire Gesù che si reca al sepolcro e che chiama di nuovo in vita il suo amico Lazzaro, ma questo non cambierà nulla in noi, come quel giorno non ha cambiato nulla in alcuni dei presenti. È con la stessa fede di Marta e Maria, una fede ancora fragile ma in cammino, che seguiamo Gesù fino al sepolcro e lo sentiamo ringraziare il Padre per averlo ascoltato e ordinare al morto di uscire. E infine vediamo Lazzaro ritornare alla vita. Nel vangelo di Giovanni come nel cammino di quaresima siamo ad una svolta: la risurrezione di Lazzaro è per l'evangelista l'ultimo segno compiuto da Gesù, quello che provoca la decisione della sua morte e anticipa il mistero della sua risurrezione. Nel cammino catecumenale della quaresima, dopo le tentazioni e la trasfigurazione, che manifestano l'umanità obbediente di Gesù e la sua divinità nascosta, dopo la samaritana e il cieco nato, che ci presentano i simboli battesimali dell'acqua e della luce, ecco ora il segno di Lazzaro, che ci presenta Gesù come risurrezione e vita, e ci introduce nella settimana santa. Chi crede in Gesù come Messia, Signore della vita, può attraversare la morte senza rimanerne prigioniero, può accompagnare Gesù nella sua passione, confidando come Lui nella potenza del Padre. La fede nella risurrezione di certo riguarda la sorte dei nostri cari dopo la morte fisica; ma riguarda anche la vita di ciascuno di noi ora, durante la nostra vita in questo mondo. Le prime due letture della liturgia di oggi ce lo confermano e ce lo spiegano. Ezechiele annuncia la risurrezione del popolo che stava in esilio, paragonando questa situazione alla morte e annunciando il ritorno alla terra della promessa. Paolo, scrivendo ai Romani, ci ricorda che chi vive secondo la carne è come morto, mentre chi vive sotto il potere delle Spirito possiede una fonte di vita che produce i suoi effetti di vita già da ora, portandoci a compiere le opere della luce, dando vita piena al nostro corpo che è mortale a causa del peccato. Vincendo il peccato Gesù ha vinto la morte e ci ha aperto il cammino per la vita in pienezza, che inizia già in questo mondo e continua in Dio. Il nostro battesimo, che nella Quaresima siamo invitati a rinnovare, è incamminarci sulla strada che Gesù ci ha aperto, verso la vita piena di Dio. |