Omelia (17-04-2011)
padre Gian Franco Scarpitta
Applausi e sputi

Le palme che solleviamo in alto pigiati fra tanta gente in attesa che siano bagnate da alcune gocce di acqua benedetta ci parlano della liturgia di oggi come di un evento festoso.
. E di fatto in parte lo è. Agitare le palme e i rametti di ulivo, stendere i mantelli al passaggio di un re o di una persona illustre era consuetudine in uso presso popolazioni pagane ed è anche riportata dalla Bibbia. Essa rappresenta l'esultanza, il tripudio e il gaudio che il popolo rivolge nei confronti di un personaggio ritenuto importante, soprattutto in seguito ad un successo militare.
E tale viene ora considerato Gesù mentre, in groppa ad un'umilissima cavalcatura, fa ingresso a Gerusalemme: il Signore della gloria, riconosciuto come il Messia, accreditato per i miracoli, per i prodigi che avevano manifestato la misericordia del Padre. Al contrario però di tutti gli altri uomini illustri che adoperavano il cavallo per il loro ingresso trionfale, egli percorre la via di Gerusalemme cavalcando "un asino figlio di asina", come era stato previsto del profeta Zaccaria (Zc 9, 9). Nella scelta di questa cavalcatura si evince la figura di un Messia umile e dimesso, che predilige la bassezza e l'annientamento alle affermazioni di potere sulla massa. Gesù viene quindi esaltato e osannato e questo è motivo di festa per lui e per tutti coloro che si accalcano al suo passaggio perché testimonia l'avvenuta realizzazione delle antiche promesse di Dio. In Gesù il popolo vede il Messia, il liberatore nonché Salvatore che rincuora tutti e risolleva infondendo speranza per la novità del Regno da lui apportato. E anche oggi non possiamo che rinnovare la nostra gioia e raccoglierci tutti attorno a questo Signore che entra glorioso e invitto.
Eppure c'è una svolta, il cosiddetto rovescio della medaglia. Infatti, l'esultanza di Gesù e di coloro che gli stanno accanto si tramuta nel dolore, nella paura e nell'angoscia, perché questo Messia, per sua scelta e deliberazione e in obbedienza al disegno del Padre che lo ha mandato, si avvia verso la morte. Dopo essere stato esaltato, viene perseguitato, percosso e umiliato e a tutte queste vessazioni si sottopone senza battere ciglio. Gesù non si oppone a coloro che, dopo averlo braccato e perseguitato, adesso lo stanno catturando. Rifiuta perfino l'aiuto dell'apostolo che mette mano alla spada per difenderlo, fornendo anche la spiegazione di questa rinuncia: "potrei chiamare in aiuto il Padre mio, che mi manderebbe dodici schiere di angeli." Non oppone resistenza neppure alle false testimonianze che muovono nei suoi confronti, accetta gli insulti, gli scherni, le esecrazioni e affronta deliberatamente e senza riserve un processo ingiusto che lo condurrà a subire la più crudele delle condanne a morte.
"Applausi e sputi" è il titolo di un libro sulla vita e il destino del famoso presentatore televisivo Enzo Tortora, che dopo essere stato esaltato da un vasto pubblico devoto subì negli anni '80 un'ingiusta persecuzione giudiziaria che gli costò la carriera e la stessa vita, dopo avergli rovinato la pubblica reputazione a causa di calunnie e di false accuse. Ci ricorda in questo momento il martirio a cui sono costretti, ciascuno nella propria dimensione, coloro che perpetuano sulla loro pelle la Domenica delle Palme di Gesù, perché a causa di un destino ingiusto e perverso vengono improvvisamente privati della dignità e della buona fama, diventando oggetto di ripudio e di ludibrio. In tutte queste persone, Gesù rinnova la sua passione redentrice e invita anche noi a configurarci a Lui, che presta il dorso ai flagellatori subendo gli sputi e gli insulti degli schernitori dopo gli applausi del popolo esultante.
E' Dio che si autoconsegna all'uomo accettando la più crudele delle condizioni della nostra storia, il Creatore e autore della vita che affronta la morte per rinnovare il dono della vita nella forma di vita eterna. A partire da questa Domenica per sette giorni consecutivi, la liturgia lo porrà alla nostra attenzione mentre percorre l'itinerario della via dolorosa che egli stesso ritiene necessario perché l'uomo sia liberato e riscattato dalla miseria più opprimente: il peccato.
Dirà poi la Lettera agli Ebrei che lui anche per questo motivo sarà "sacerdote per sempre" perché non ha avuto bisogno di entrare ripetutamente nei templi e nei santuari realizzati dalla mano dell'uomo per offrire sacrifici, come nel caso dei sacerdoti dell'Antica Alleanza, ma ha realizzato il suo sacrificio una volta per tutte sulla propria pelle riscattando l'umanità peccatrice. E' egli medesimo la vittima sacrificale e allo stesso tempo il sacerdote dell'immolazione e del riscatto.
Siamo invitati pertanto ad immedesimarci con tutti gli aspetti della passione di Gesù, perché diventino nostra identità spirituale e perché possiamo conseguire la gloria della risurrezione dopo lo strazio della croce. Se è vero che la gioia si gusta meglio e con più abbondanza in conseguenza di una pena o di un tormento e che il successo conseguito dopo sacrifici e immolazioni si gode molto più di un vantaggio momentaneo, tutto questo ci rende ragione della croce. Che in tal senso si trasforma da tormento in ricchissima opportunità.