Omelia (03-04-2011)
don Giovanni Berti
Un cieco rompiscatole

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Eccolo di nuovo qui che si fa vedere il cieco del vangelo di Giovanni. Ogni tanto (per la precisione ogni tre anni, cioè quando viene letto la quarta domenica di quaresima, nell'anno A del tempo liturgico) ci viene a tormentare con i suoi ragionamenti su questo Gesù che l'ha guarito. Questo cieco è qui per farci notare anche quanto poco ci vediamo noi, quanto siamo più ciechi di lui!
Voglio leggere questo racconto mettendomi dalla scomoda parte dei vari accusatori che appaiono sulla scena del brano evangelico: i vicini di casa, i farisei e anche i suoi genitori...
Tutti gli danno contro, e in un modo o nell'altro vogliono mettere in ombra questa sua testimonianza. I vicini non vogliono vedere il cambiamento di vita di questo cieco, ma vogliono vederlo solo cieco e povero, e quindi peccatore secondo la mentalità dell'epoca. I vicini non sono abituati ai cambiamenti e a percepire qualcosa di nuovo che li metta faticosamente in discussione. Ecco allora che lo trascinano dai farisei, autorità più grande, che può dir loro quello che è vero e quello che è sbagliato (anche quando l'evidenza è sotto i loro occhi!). In questo modo rinunciano a prendere una posizione autonoma e responsabile...
I farisei appaiono disorientati da questa guarigione operata da uno che da sempre vedono come nemico e peccatore, Gesù. Questi religiosissimi fedeli alla Legge non sono disposti a cambiare prospettiva. Le leggi e le consuetudini religiose non possono essere cambiate... nemmeno da Dio stesso!
Anche i genitori del cieco, che per il legame speciale che hanno con lui, dovrebbero esser i primi ad accogliere il cambiamento, sono impauriti: non vedono il loro figlio guarito, vedono solo la prospettiva di esser anche loro accusati.
Eccomi qui anche io. Sono anch'io in mezzo a questi personaggi che ci vedono bene con gli occhi del corpo ma hanno il cuore nella tenebra più assoluta. Ammetto che tante volte anche io sono reso cieco dalle abitudini e non riesco a vedere il cambiamento delle persone che mi stanno vicine. I simpatici sono sempre simpatici e gli antipatici sono sempre antipatici. Non sono disposto a vedere cambiamenti che mi costringerebbero a ri-vedere il mio rapporto con le persone.
Sono anche io come questi religiosissimi farisei che vedono solo le regole e le tradizioni religiose che danno molta sicurezza, ma arrivano però a "ridurre" e "ingabbiare" Dio. Non sono disposto ad avere lo sguardo più lungo e più ampio che mi permetterebbe di vedere Dio all'opera anche là dove non penso e anche in persone nelle quali prima non vedevo nulla di buono.
E sono anche io come questi genitori resi ciechi dalla paura. Sono cieco quando la paura di esser giudicato mi porta a non vedere che posso cambiare, migliorare e fare scelte diverse nella vita. La paura di esser escluso dal gruppo di amici, di colleghi, di parenti e persino della comunità, accorcia il mio sguardo, arrivando a non dire quello che realmente penso e che veramente ho visto... ma mi accodo passivamente al pensiero e al giudizio della massa.
Meno male che questo cieco è tornato anche quest'anno a rompermi le scatole. E' stato inviato da Gesù come discepolo di luce. Il cieco sanato inizialmente negli occhi, inizia il suo cammino di testimonianza che lo rende davvero coraggioso. Alla fine ritrova Gesù che gli fa il dono definitivo della fede, rivelandosi ai suoi occhi per quello che è veramente («Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te»).

La storia di questo cieco rompiscatole è un vero itinerario di fede. Non una fede basata su ragionamenti astratti. E' una fede che nasce da una esperienza concreta di guarigione, e che viene poi provata dallo scontro e dalle tensioni della vita, e infine arriva alla professione di fede (Ed egli disse: «Credo, Signore!»)
Forse in questo cieco posso vedere un po' di me stesso. In questo cieco vedo il mio cammino di cristiano. Mi vedo nella mia ricerca continua di fare esperienza concreta di Dio e di sentire davvero il suo amore. Vedo in questo cieco che "lotta" con i suoi avversari (più ciechi di lui!) la mia lotta quotidiana per tenere salda la fede che ho ricevuto.
Vedo in questo cieco che incontra di nuovo Gesù, il mio desiderio di dire "io credo" non in modo formale e "di facciata", ma in modo vero e profondo.
Solo così, come questo cieco, divento una luce accesa che riesce ad illuminare chi si avvicina a me.
"Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce..." (San Paolo agli Efesini, capitolo 5)


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