Omelia (03-04-2011)
mons. Roberto Brunelli
Figli della luce

A un povero mendicante cieco dalla nascita, un giorno di sabato, a Gerusalemme, Gesù dona la vista: è uno dei tanti segni della sua attenzione per gli sventurati; ma questo, nel racconto evangelico (Giovanni 9,1-41), suscita una quantità di commenti, interrogativi e polemiche, da cui emergono chiarimenti e illuminanti verità.
"Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?" La domanda viene dai discepoli, i quali riflettono le convinzioni allora comuni, condivise anche dai più ligi osservanti della Legge quali erano i farisei. Il Maestro si cura subito di smentire: né lui né loro sono colpevoli; malattie, disabilità e altre sventure non sono castighi divini per i peccatori. Peccatore è considerato dai farisei anche Gesù: guarendo il cieco ha compiuto un lavoro, sostengono, e dunque, essendo sabato, ha violato il comandamento del riposo. Accusa ridicola, frutto di un'interpretazione distorta della Legge divina: "Il sabato è per l'uomo, non l'uomo per il sabato", ha ricordato lo stesso Gesù in un'altra occasione; di sabato - per i cristiani, la domenica - fare un'opera buona non solo non è proibito: è caldamente raccomandato. L'accusa lascia poi nei guai quelli che l'hanno formulata: solo chi "viene da Dio" può compiere un miracolo; come può "venire da Dio" un peccatore? Le autorità avviano allora una sorta di istruttoria processuale: cercano di negare il miracolo, insinuando che il beneficato in realtà non sia mai stato cieco; allo scopo interrogano prima lui e poi i suoi genitori, i quali non sanno spiegare come sia stato risanato, ma ovviamente riconoscono che il loro figlio era cieco sin dalla nascita. Non riuscendo a prevalere, gli accusatori concludono la questione cacciando il poveretto a male parole.
Egli non sa chi l'abbia guarito; quando incontra di nuovo Gesù, questi gli parla di sé, designandosi come il "Figlio dell'uomo", vale a dire il Messia annunciato dai profeti, il Salvatore atteso da secoli. Gli chiede: "Tu credi nel Figlio dell'uomo?" "Dimmi chi è", risponde l'ex cieco; e Gesù: "Lo hai visto: è colui che parla con te". Ecco: si comprende così la ragione profonda del miracolo; come con la samaritana (lo si è sentito nel vangelo di domenica scorsa) è lo stesso Gesù a svelare se stesso e la propria missione. Ad entrambi egli dà la prova di non essere semplicemente un uomo: alla samaritana svela di conoscere tutti i particolari della sua vita privata, al cieco manifesta di avere poteri soprannaturali, e lo scopo è unico: portarli alla fede. Ma non solo loro; poco dopo egli aggiunge: "Io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano". Questa frase di respiro universale lascia comprendere che non si riferisce alla menomazione fisica, ma a quella spirituale; chi non conosce Gesù, o non lo riconosce come il Salvatore, è come cieco, non vede la strada da seguire nella propria vita. Ecco lo scopo dell'ingresso di Dio nel mondo: aprire agli uomini gli occhi della mente e del cuore, per consentire loro di camminare con sicurezza, vedendo bene dove posare il piede e così perseguire le finalità più nobili che possano dare alla vita il suo pieno valore.
L'apostolo Paolo, ricorda la seconda lettura di oggi (Lettera agli Efesini 5,8-14), esprime lo stesso concetto dicendo: "Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce"! Chi cerca luce in se stesso, chi ritiene di sapere da sé come vivere, provoca per sé e per gli altri solo disastri, sconfitte, tragedie, amarezze. La storia, e le cronache anche di questi giorni, lo attestano. Ben diverso, continua Paolo, è lo stile di chi si lascia illuminare da Dio: "Il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità".