| Omelia (10-04-2011) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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Imparare a vivere la vita La settimana scorsa la liturgia ci intratteneva sulla malattia come luogo del manifestarsi delle opere di Dio, cioè della misericordia e della vittoria divina sul dolore. Oggi, sulla scia dello stesso tema, veniamo rincuorati dal fatto che "questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio", il che significa che la grandezza divina prevarica anche lo sfacelo esistenziale, non abbandona nessuno alla fatalità o al caso e anche nella situazione di estrema gravità di salute e nella prospettica della morte egli ha sempre l'ultima parola. Dio è vita eterna al di là dei limiti del tempo terreno e prevarica e di fronte a lui nulla ha possibilità di sussistenza, tantomeno la disfatta e la morte. Il libro di Ezechiele di cui parla la prima lettura, con immagini plastiche e fascinose, ci ragguaglia sul potere che Dio esercita sulla morte, anche quando questa possa apparire un evento circoscritto e definito, come nel caso dei cadaveri sepolti e delle ossa inaridite: per quanto si possa essere scientificamente morti, Dio "spalanca le nostre tombe e ci fa uscire dai nostri sepolcri" affinché ci rendiamo conto che Egli è il Signore della vita la cui gloria si manifesta appunto nelle occasioni per noi impensabili. Quale atteggiamento assumiamo solitamente di fronte alla prospettiva del morite? Vi sono state tante interpretazioni sul decesso e tante sono state le conclusioni. Le più belle sono quelle che hanno concepito il trapasso come un appuntamento inevitabile e incerto e tuttavia proprio per questo come occasione per non vivere da morti la vita, perché la morte si concepisce al positivo quando positivamente si è concepita la vita. Diceva Seneca: "Occorre tutta la vita per imparare a vivere, e per quanto possa sembrare strano, occorre tutta la vita per imparare a morire." E in effetti quando si apprende la vita in pienezza valorizzando fino all'ultimo istante il tempo che abbiamo a disposizione, perseguendo obiettivi sani e retti, coltivando la nostra profonda utilità a beneficio soprattutto degli altri nella piena donazione e generosità omettendo la vanità di illusioni, frivolezze e felicità passeggere, ebbene allora abbiamo riscontrato nella morte non la fine di tutto, ma la nostra immortalità. Sempre Seneca (e con lui qualche altro autore che gli fa eco) afferma pertanto: "vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo". Se la morte è biologicamente parlando il nostro epilogo irrimediabile, vivere coerentemente la vita il segreto per comprendere che essa non è tuttavia il momentaneo finale. La Parola di Dio ci aiuta a trovare il senso reale del nostro vivere terreno, nella valorizzazione del tempo che abbiamo in dotazione, nella ricerca del vero e del giusto in tutti i sensi e dalla fuga dall'illusione di vivere: il peccato. La Bibbia ci ragguaglia sulla certezza del Dio vivente che supera, rendendolo impotente, lo spettro della morte, dominandolo e avendo ragione su di esso. Dio è vita eterna per chi si decide di vivere con l'intenzione dell'eternità. Nel libro di Ezechiele Egli manda il suo Spirito nella valle delle ossa inaridite e queste si ricompongono nella carne per assumere la consistenza di esseri viventi e di soggetti autonomi e di fronte alla realtà del peccato più volte ha affermato che egli non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Nel libro della Sapienza aveva ammonito che "vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni", onde poter qualificare il vivere di tutti i giorni nella qualità effettiva e non solo nella quantità. Ma è soprattutto in Cristo che Dio si mostra come l'autore della vita che vince i meandri della morte nella resurrezione dell'amico Lazzaro. Gesù, di fronte al suo cadavere decomposto si lascia trasportare dal comune senso umano del dolore e della compassione condividendo il lutto dell'umanità intera e solidarizzando così con un uno dei tanti aspetti della nostra convivenza. Gesù piange. E tuttavia non lascia che il dolore si trasformi nella perdita definitiva di ogni speranza, nel vuoto e nella sconforto vittimistico: si avvicina al sepolcro e, dopo aver proclamato se stesso Resurrezione e vita e aver invocato il Padre fonte universale di vita, intima a Lazzaro di uscire dal sepolcro. Anche questo defunto è scientificamente corroso e putrefatto (era di quattro giorni) ma come si è detto Dio ha la meglio sull'inimmaginabile per noi quanto alla sua volontà di risurrezione e di vita eterna e soprattutto in Cristo egli valica i confini della fisica e della scienza per esercitare il dominio indiscusso sulla morte, anche quella che sembra aver contraffatto un cadavere. La risurrezione di Lazzaro non è un atto di spettacolare evenienza che tende ad ottenere l'ovazione e il consenso unanime e stranito della folla, ma si presenta come l'annuncio dello stesso Messia Signore che risorgerà egli medesimo dopo aver affrontato l'oscurità del sepolcro, vincendo definitivamente la morte e donando a tutti la vita per renderci partecipi dello stesso traguardo di gloria. Gesù afferma con questo gesto la vittoria indefinita di Dio sulla morte e avalla il suo essere re, sacerdote e profeta la cui potenza si afferma su quanto l'uomo da sempre ha temuto. Gesù si presenta come "la Resurrezione e la vita" e offre un segno tangibile di questa sua presentazione nell'intervenire a beneficio del defunto che esce dal sepolcro ancora avvolto dalle bende e dal sudario. L'intervento miracoloso di Gesù è atto a qualificare egli medesimo come la Vita e la Resurrezione e ci aiuta a comprendere che l'atteggiamento più consono da adottarsi in relazione alla morte è il vivere in Cristo e che al di là delle lacrime e del dolore di un lutto o di un trapasso improvviso possiamo trovare la consolazione nella certezza che soltanto la fede può concederci, quella per cui davvero i nostri defunti vivono con Cristo e con essi possiamo intraprendere un itinerario di comunione spirituale avvertendo la loro presenza certa e silente soprattutto nella preghiera, nella fede e nella carità effettiva. Tutti elementi che garantiscono la certezza della vita piena. |