Omelia (03-04-2011)
padre Gian Franco Scarpitta
La luce del Dio giusto e imparziale

Il non vedente a cui è ridata la vista è al centro dell'attenzione in questa domenica liturgica e in effetti il tema verte su questo assunto: Gesù luce del mondo.
Vorrei tuttavia partire da un concetto che funge a mio giudizio da comune denominatore fra le letture odierne e che è in fondo il "succo" della tematica presentata: "Non conta quel che vede l'uomo: infatti l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore." (I Lettura). L'espressione sottolinea la differenza fra i criteri di giudizio (e di azione) adottati da Dio e quelli di cui è capace l'uomo; fra quelli che sono gli atti decisionali da parte di Dio e le deliberazioni propriamente umane. Se ogni scelta o decisione divina dovesse seguire il metodo proprio della nostra forma mentis, nessuno sarebbe risparmiato dalle ingiustizie, dalle discriminazioni, dai compromessi e dalle raccomandazioni, e non di rado sarebbero anche eticamente legittime le disuguaglianze e le prevaricazioni.
Fortunatamente, fra il pensare di Dio e quello dell'uomo vi è una differenza abissale e al contrario di quanto avviene nella nostra vita associata nella quale spesso conta più l'esteriorità, il nome e la parvenza, Egli non fa preferenze quanto a persone, provenienze, sistemi culturali, etnie e appartenenze sociali. Dio nel giudicare e nello scegliere tiene conto piuttosto dell'Amore che è la motivazione fondamentale per cui non va fatta differenziazione alcuna fra uomo e uomo, ad eccetto dei poveri, degli indifesi e degli emarginati, questi appunto perché continuamente vessati e perseguitati dalle ingiustizie del nostro sistema discriminatorio.
Non l'apparenza o la frivolezza, quindi, ma il "cuore", cioè la rettitudine, la semplicità e la buona disposizione dell'animo all'umiltà e alla generosità, elementi solitamente trascurati nei nostri procedimenti di selezione della persona da assumere o da sostenere, eppure molto promettenti e forieri di garanzie anche professionali. La scelta divina secondo il cuore e non sull'apparenza e sulla banalità, motivata dalla sola misericordia e dalla giustizia divina che supera di gran lunga le posizioni umane, è indice di meriti obiettivi e mirati, che tutti possono conseguire sempre in ragione dello stesso amore di Dio.
Non si spiegherebbe altrimenti la scelta di Davide, umile pastorello ultimo di sette fratelli, come futuro re da consacrarsi: egli viene indicato a Samuele da Dio come il più meritevole dell'unzione regale rispetto agli altri fratelli, non perché avesse qualche particolare carisma o potenzialità, ma per un atto della libera iniziativa di Dio che guardava appunto al "cuore" anziché all'esteriorità del soggetto.
Neppure si spiegherebbe l'intervento di Gesù a beneficio di quel povero cieco nato, ormai rassegnato da sempre a menare una vita di limitazioni e di restrizioni a causa di una crudele infermità che lo accompagnava sin dal seno materno; ma soprattutto non avrebbe senso la risposta sollecita di Gesù agli straniti interlocutori: "Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio". Con queste parole Gesù smonta tutti i pregiudizi e le illazioni insiti nella concezione corrente per cui ogni malattia fisica era conseguenza di un peccato commesso dallo stesso infermo o dai suoi progenitori; supera il cinismo di coloro che discriminano i "giusti" dai presunti "peccatori" e per ciò stesso valica quelle differenziazioni di ceto per le quali vi era chi potesse vantare più diritti degli altri, anche in ordine alla guarigione. Egli mette in risalto piuttosto la vera motivazione per la quale si verificano parecchi stati di malattia, il vero senso di ogni infermità e la ragione insita per cui questa si verifica nonostante la certezza di un Dio buono e provvidente: le opere di Dio. Se non vi fossero situazioni di dolore e di malessere Dio non potrebbe manifestare la sua misericordia nei confronti di chi soffre, e non potrebbe neppure proporsi a noi come nostra speranza e sollievo nella lotta e nella fatica. Se non esistesse la malattia, Egli non potrebbe mostrarsi a noi come sollecito medico del fisico e dello spirito e non potrebbe manifestare la sua vicinanza e la sua condivisione.
In Cristo crocifisso invece Dio continua a rendersi solidale con la sofferenza dell'uomo sia singolo che collettivo, infonde coraggio, fiducia e sollievo nel dolore e propone sempre la condivisione della sua passione con il dolore e lo spasimo del sofferente.
Se quindi la concezione pregiudiziale del popolo di Israele aveva sempre dato la colpa al presunto peccato di quel cieco nato, adesso Gesù rivela la misericordia di Dio che prescinde dai preconcetti propriamente umani, e che mira piuttosto a mostrare la sua efficacia di redenzione e di salvezza verso chiunque.
Guarire come questo non vedente che recupera le facoltà visive è possibile solo grazie alla gloria divina che si manifesta nell'amore e nella misericordia e che ricompensa il continuo soccombere dei poveri, degli esclusi e dei sofferenti.
Ma c'è in questo episodio una guarigione destinata a tutti coloro che presumono di non possedere infermità, ma che in realtà sono avvinti dall'inquietitudine, dallo smarrimento e dall'inconsapevole dispersione, perché privi di un orientamento stabile e promettente: la guarigione dalla cecità spirituale, per cui si stenta a vedere nonostante le facoltà sensoriali visive.
Da essa si può guarire solo grazie alla luce perenne che può scaturire solo da Dio come fonte sorgiva unica e appagante: la nostra capacità di vedere, ossia di giudicare, valutare, soppesare ci rende tutti in partenza non vedenti poiché è spesso intrisa dall'oscurità dei falsi preconcetti e delle illazioni. Siamo incapaci ci vedere le cose da un punto di vista che non sia il nostro e per ciò stesso propensi alle conclusioni facili e gratuite che molte volte si rivelano mendaci e prive di rilevanza. Proprio questa incapacità di vedere e di discernere è spesso la causa dei nostri problemi con noi stessi e con gli altri, ci preclude ogni aspettativa di seria obiettività, rendendoci vittime delle nostre stesse preclusioni. Nessuno è più cieco di chi si ostina a non vedere, lasciandosi abbacinare volentieri dall'orgoglio e dalla presunzione per cui è chiaro e limpido solamente quello che mi fa comodo e che prediligo io stesso come verità.
Tale è l'atteggiamento di questi farisei che interpellano il cieco ormai sanato: essi negano perfino l'evidenza della gloria di Dio che si manifesta in Cristo, oppongono resistenza all'obiettività e al buon senso con la ridicola intenzione di voler legittimare a tutti i costi la lettera morta di una prescrizione scritta come quella del Sabato. E' vanità e melensaggine affermata volerci ostinare nelle nostre vedute, perseverare volutamente negli errori, credere nelle scuse in cui si vuol credere e persistere nelle erronee convinzioni per contravvenire alla verità e per non abbandonare le soluzioni di comodo che la cecità e la menzogna ci ha sempre procurato.
Sia pure inconsapevolmente, necessitiamo della luminosità che ci renda in grado di distinguere cose, situazioni e avvenimenti con reale obiettività e profondità ed essa non può esserci data che da colui che si definisce Luce del mondo, il Cristo Salvatore che vuole convincerci quanto alla verità obiettiva per incamminarci in una vita altrettanto obiettiva, fondata e veritiera.