Omelia (27-03-2011)
mons. Gianfranco Poma
Alzate i vostri occhi: guardate i campi, già biondeggiano per la mietitura

Fin dai primi secoli, si può risalire all'antica liturgia di Gerusalemme, la Chiesa ha scelto dei brani del Vangelo di Giovanni per le Messe delle domeniche di quaresima: nelle prossime domeniche leggeremo tre pagine particolarmente significative, l'incontro di Gesù con la donna Samaritana (Gv.4), la guarigione del cieco (Gv.9), la risurrezione di Lazzaro (Gv.11). Questi tre racconti sono così importanti che le regole liturgiche permettono che vengano letti ogni anno, in tutti i tre cicli in cui si strutturano le letture liturgiche. La quaresima è il tempo nel quale, dai tempi antichi, si preparavano i futuri cristiani al battesimo: queste pagine del Vangelo di Giovanni svolgevano un ruolo perfetto nell'iniziazione cristiana, segnando le tappe di un cammino che conduceva alla notte pasquale. Oggi, esse servono mirabilmente anche a noi per una riflessione seria che ci faccia ricomprendere il senso del nostro battesimo e i contenuti della nostra fede.
Il genio letterario di Giovanni si manifesta nell'uso di strategie drammatiche che conducono il lettore a penetrare nel cuore dell'evento. Così gli incontri di Gesù si prolungano per mostrarci come le persone reagiscono di fronte a lui e crescono nella fede. L'intenzione di Giovanni proclamata alla fine del Vangelo ma presente in ogni pagina, è di coinvolgere personalmente i suoi lettori: "...perché voi crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome" (Gv.20,31): la convinzione fondamentale dell'evangelista è che ogni uomo, di ogni tempo e di ogni luogo, deve incontrare Gesù per avere la vita. Per questo i personaggi che il Vangelo descrive, nel loro incontro con Gesù (la samaritana, il cieco, Marta e Maria) rappresentano ogni uomo e ogni donna, perché ciascuno possa riconoscersi in essi ed essere condotto ad incontrare Gesù.
Per incontrare Gesù, Giovanni guida i suoi lettori ad andare "oltre" questo mondo. Nella sua concezione teologica, Giovanni dice che Gesù viene dall' "alto" per rivelarci la realtà "vera" che oltrepassa l'esperienza umana: il "Verbo si è fatto carne" e usa parole che vengono "dal basso" per esprimere la rivelazione divina. Gesù parla di acqua con la samaritana: coloro che lo incontrano pensano che parli di una realtà concreta, ben nota. Ma egli non parla della vita fisica ma della percezione visiva della realtà divina. Nei racconti di Giovanni c'è sempre un doppio livello del linguaggio: coloro che parlano a Gesù si riferiscono a ciò che è importante a livello terreno, mentre Gesù si sforza di condurli ad un altro livello, quello di Dio. Leggendo questi racconti, la Liturgia quaresimale ci conduce alla percezione "vera" della realtà alla quale Gesù risorto vuole introdurci: non si tratta soltanto di raggiungere una giusta valutazione etica del livello razionale della esistenza umana, ma di entrare in una esperienza "nuova", "vera" della realtà, quella a cui l'uomo aspira con tutte le sue forze, ma a cui solo la fede in Gesù apre l'accesso, quella che è talmente piena che supera ogni desiderio umano.
L'incontro di Gesù con la samaritana ci illumina sulle difficoltà e sugli ostacoli che si incontrano nell'accostarci a lui nella fede.
Il primo ostacolo che la samaritana trova è il sospetto di fronte a Gesù, giudeo: "Come mai, tu che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?" Come donna di fronte ad un uomo, come samaritana di fronte ad un giudeo, si sente discriminata: il cammino della fede può essere bloccato di fronte alle sovrastrutture culturali o religiose. Gesù si presenta implorante: "Dammi da bere", spoglio di qualsiasi elemento discriminante, fa cadere tutte le barriere che impediscono di entrare in relazione con lui. Ciò che interessa a Gesù è di entrare in una relazione vera con lei, raggiungere il suo cuore, la sua implorante verità, distruggendo tutte le sue resistenze che nascondono le paure e le delusioni, offrendo invece la sua presenza come risposta autentica alla domanda di senso che sorge dal profondo della donna: ciò che interessa Gesù è condurre lei ad una piena esperienza di libertà, gustata nell'incontro con lui che non le offre più illusioni e delusioni ma la sola verità.
"Se tu conoscessi il dono di Dio e Colui che ti dice: Dammi da bere, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva": Gesù suscita nella donna la nostalgia del dono di Dio e il bisogno di implorare l'acqua viva. Ma ci sono molti ostacoli che le impediscono di accostarsi alla fonte di acqua viva.
Forse basta il sicuro pozzo di Giacobbe, al quale può attingere l'acqua di cui ha bisogno ogni giorno: meglio una "religione civile" che in nome di Dio assicuri il benessere materiale che l'abbandono alla fede pura.
Come può illudersi di poter gustare il dono di Dio, una persona psicologicamente e moralmente fragile? Forse è meglio rimanere chiusi nella propria mediocre fragilità.
Come è possibile decidersi, abbandonarsi ad una relazione che chiede il dono totale di sé, se sono aperte tante questioni teologiche, che conducono a divisioni e contrasti? E' meglio restare nella propria tranquillità tradizionale che decidersi per Dio.
Oppure si può rimandare la decisione a "quando verrà il messia", cioè, secondo la concezione ebraica, alla fine del mondo.
Ma Gesù è lì presente: non si lascia rinchiudere in nessun schema, in nessuna precomprensione ideologica, teologica, morale. "Sono io, che parlo con te": è la sua persona che si dona e che chiede soltanto di essere accolta in un abbandono senza limiti; è l'incontro con lui, il dono di Dio, che cambia la vita.
Di fronte al dono infinitamente gratuito di Dio, rimane la fragilità, il dubbio, la inconcludente paura dell'uomo: di fronte a un Dio che vuole donarsi, che per questo si fa implorante, l'uomo rimane chiuso nella sua fragile autosufficienza.
Le due scene che seguono sono ancora illuminanti per il nostro cammino di fede. La scena centrale riguarda i discepoli di Gesù (noi, la Chiesa): hanno già passato del tempo con lui, ma la loro comprensione della sua Parola non è migliore di quella della donna che lo ha incontrato per la prima volta.
Sulla scena laterale vediamo che la donna non è ancora pienamente convinta: "Che sia lui il Cristo?", continua a chiedersi. Eppure diventa l'annunciatrice: ha cominciato a gustare l'acqua viva e a comunicarla agli altri, la cui fede dipende dal loro contatto personale con Gesù.
C'è una evidente sproporzione tra l'infinito Amore di Dio che si offre e la fragile fede degli uomini ("Se tu conoscessi il dono di Dio..."). Ma questa è "già" la gioia di Dio: ormai il seme è gettato e Gesù può dire: "Alzate i vostri occhi: guardate i campi che già biondeggiano". La storia è già il campo in cui scorre l'acqua viva della vita di Dio.