Omelia (27-03-2011)
mons. Roberto Brunelli
Un'acqua speciale

Tra i motivi per cui risulta sempre affascinante la lettura del vangelo, è anche la varietà di situazioni e ambienti che vi sono presentati. Ne dà esempio un confronto tra il brano di domenica scorsa, con l'episodio della trasfigurazione, e quello di oggi, relativo all'incontro di Gesù con la samaritana (Giovanni 4,5-42): dalla verdeggiante cima di un monte della Galilea, all'arida bassura di una valle della Samaria; da una visone trascendente, con personaggi illustri quali Mosè ed Elia, alla cruda realtà del quotidiano, con una donna "qualunque" di cui non si dice neppure il nome; da un amabile convegno tra amici, all'incontro difficile con una straniera ostile; dal Gesù nello splendore della sua divinità, al Gesù tutto umano che si manifesta affaticato e assetato.
Se poi si considerano i costumi del tempo e la situazione politico-religiosa della Palestina, si comprende lo stupore, prima della donna e poi degli apostoli, per il comportamento di Gesù. Egli, stanco dopo un lungo cammino, siede solo presso l'antico pozzo di Giacobbe (quello che i pellegrini in Terrasanta possono tuttora vedere, con la commozione di poter dire che qui, proprio qui anche Lui c'è stato, e ha bevuto della stessa acqua che possiamo bere noi). Siamo in Samaria, abitata allora da una popolazione che gli ebrei tenevano a sprezzante distanza in quanto composta da stranieri eretici; inoltre allora era ritenuto disdicevole, se non peccaminoso, che un uomo parlasse in pubblico con una donna. A maggior ragione in questo caso, perché Gesù conosceva di lei la vita non certo esemplare ("Hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito"). Ma egli non bada a tutto ciò, e non esita a interpellare proprio lei, una donna, di facili costumi, straniera ed eretica: l'ultima persona alla quale, secondo la mentalità del tempo, avrebbe dovuto rivolgersi.. Non solo: proprio a lei dice cose sublimi, che non aveva ancora detto neppure ai suoi apostoli.
"Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno". Questo dice Gesù alla donna samaritana. Chiunque abiti in luoghi aridi sperimenta ogni giorno quanto l'acqua sia vitale per sopravvivere; e anche noi, che pure ne abbiamo in abbondanza, cominciamo a rendercene conto, per i continui inviti a non sprecarla e per le prospettive emergenti che venga privatizzata. Il paragone è dunque bene scelto: come l'acqua è imprescindibile per la vita e la salute del corpo, così c'è un' "acqua" imprescindibile per la vita e la salute dell'anima, se si vuole che l'anima non muoia prima di raggiungere la vita eterna. Pochi la conoscono, pochi vi si abbeverano; eppure non scarseggia e non è privata: Dio la dona in abbondanza a chiunque ne voglia profittare. E' l' "acqua" della grazia divina, cioè della vita stessa di Dio che, per i meriti di Cristo morto e risorto, abbiamo cominciato a ricevere con la simbolica acqua del battesimo e successivamente è attingibile con i sacramenti. Basta volerla, basta crederci, per assicurarsi la visione sul monte (il riferimento è al vangelo di domenica scorsa) che tanto incantò Pietro, e assicurarsela non per qualche istante, ma per l'eternità.
Questi concetti sono richiamati oggi da un passo della Lettera ai Romani (5,1-8) che si può sintetizzare così: "Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Mediante la fede in lui abbiamo accesso alla grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio". L'impegno del cristiano è vivere "in grazia di Dio", per accedere così alla contemplazione della sua gloria. Del privilegio di avere accesso all'acqua della grazia divina, scrive l'apostolo che i primi cristiani si vantavano. E quelli di oggi?