| Omelia (27-03-2011) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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Cristo pane che nutrel, acqua che disseta. Il primo orientamento che ci sovviene da queste pagine bibliche è in direzione della Samaritana. Come già si rilevava a proposito del famoso episodio dell'uomo che incappava nei briganti percorrendo la strada da Gerusalemme a Gerico, i rapporti fra Ebrei e Samaritani erano di continua ostilità e la Samaria veniva considerata territorio impuro dall'ambiente giudaico, tanto che non la si poteva attraversare durante i percorsi di viaggio. Non è del tutto esatto quello che afferma Giovanni, che cioè Gesù "doveva per forza passare dalla Samaria" per raggiungere la Galilea, poiché in realtà si era soliti raggiungere quella meta percorrendo ben altre vie come il percorso lungo il mare oppure, dalla parte opposta, quello del Giordano. . La "necessità" di Gesù descritta da Giovanni non è quindi di tipo geografico, ma salvifico, teologico: Gesù doveva passare "per forza" dalla Samaria perché nelle sue intenzioni (che sono quelle del Padre) vi era la volontà che anche quel popolo, come tutti gli altri esistenti, entrasse nell'ordine della salvezza diventando destinatario dell'annuncio del Regno e della vita nuova apportata dal Cristo. Nell'ottica della volontà universale di salvezza, i Samaritani erano preziosi a Dio alla pari di tutti gli altri uomini e andavano superati pregiudizi, illazioni e tensioni nei loro confronti. Quindi non era un problema per Gesù entrare in contatto con loro e neppure contravvenire a quelle norme usuali che vietavano ai Giudei di comunicare con i Samaritani di sesso femminile. Ecco che pertanto Gesù, libero da ostilità e da pregiudizi, non esita a trattare quella (apparentemente) sconosciuta Samaritana come avrebbe trattato qualunque suo amico, confidente o parente stretto. Le chiede: "Dammi da bere" perché fisicamente spossato e in preda alla sete, quindi usandole quell'apertura e disinvoltura che supera le formalità, il distacco e l'indifferenza. L'obiezione di questa donna "Tu che sei Giudeo chiedi da bere a me che sono una Samaritana?" dà occasione a Gesù di annunciarle la sconfinatezza dell'amore di Dio, l'universalità della salvezza e di comunicarle la nuova dimensione di vita piena e rinnovata che ora con il Regno andava affermandosi per tutti i popoli e per i singoli uomini e donne indistintamente. Si superano le barriere, le restrizioni e le circoscrizioni etniche e razziali e tutti quanti adesso diventano uno in Cristo Gesù. Tutto questi concetti vengono però resi espliciti da un solo elemento: l'acqua. Esso nella Bibbia è sempre stato visionato come simbolo e "luogo" di salvezza e di novità di vita, come a Meriba, durante la peregrinazione del popolo di Israele nel deserto in vista della tetta di Canaan, dove l'acqua zampilla dalla roccia per dissetare il popolo d'Israele; come a proposito del Diluvio, quando l'acqua distruttrice del genere umano ha dato l'opportunità a Dio di manifestare la sua misericordia verso l'uomo e il mondo nella restaurazione completa dell'umanità; come nel passaggio del Mar Rosso quando le acque si divisero perché il popolo eletto passasse all'asciutto per poi richiudersi sugli Egiziani oppressori. Quando la lancia del soldato colpirà il costato di Gesù appena morto sulla croce, ne scaturirà acqua e sangue: la prima segno della salvezza che verrà comunicata nel Battesimo, l'altro della redenzione e della nuova Alleanza ripresentata dal memoriale dell'Eucarestia. Di questa stessa acqua di vita eterna Gesù sta parlando alla Samaritana sul pozzo di Giacobbe. Egli come tutta risposta allo sbigottimento di questa donna le rivolge la proposta di quell'acqua viva zampillante che è lo stesso Cristo, dono del Padre per l'umanità, accogliendo il quale si ottiene la salvezza e la vita piena, non importa se Samaritani, o Giudei, Palestinesi, Greci o altro ancora. Come l'acqua disseta tutti gli uomini e tutti ne fanno pronto uso quando siano in preda alla sete, così il Cristo disseta l'umanità intera riconciliandola con il Padre e diventando per essa riferimento vitale e indispensabile. Qualsiasi nutrimento non è mai completo, la fame non è mai estinta quando si ometta di bere acqua. Potrebbero anche servirci le pietanze più appetitose e succulenti, i più grandi manicaretti o i dolci più sublimi e raffinati dei grandi ristoranti, ma senza l'unico liquidi in grado di dissetarci (birra e coca cola ne sono anch'essi composti) resteremmo in preda alla disperazione e all'indigenza pur essendo sazi. Parimenti, abbiamo riflettuto in altri contesti su come il Cristo sia il nostro alimento necessario in quanto pane vivo disceso dal cielo, ma egli non ci sazierebbe se non ci si presentasse anche come acqua, poiché è per noi alimento completo. Gesù sazia al contempo la nostra fame e la nostra sete e con la sua presenza e il suo annuncio possiamo avere la certezza di essere davvero esaltati e affermati al suo cospetto e di fronte al mondo. Di questa acqua di vita e di salvezza abbiamo bisogno tutti quanti specialmente in questo periodo cupo e desolato di tristezza e di sgomento causatoci da eventi demoralizzanti che minano la nostra speranza, quali il violentissimo terremoto in Giappone o la morte di tantissima gente vittima della violenza in Libia: avvenimenti come questi, che hanno già alimentato la fantasia e lo sfogo psicologico di quanti interpretano in essi l'imminenza della Fine, sono veri e propri turbamenti della serenità con cui possa svolgersi adeguatamente la nostra vita spirituale, la consistenza della nostra fede e la perseveranza in essa. Ma appunto perché Gesù appaga ogni nostra fame e sete globale non si deve cedere alla trappola dell'errore e della disperazione, rinnovando in noi stessi la certezza che comunque egli, anche in siffatti avvenimenti, non cessa di rinnovare la sua passione e la sua resurrezione a nostro vantaggio, anche quando questo non risulti immediatamente evidente e apodittico. Dissetarsi alla fonte del Cristo vuol dire però anche coltivare in noi stessi l'equilibrio, la fiducia e la costanza d'animo, coltivando costantemente e con rinnovato vigore tutti i legami che ci uniscono a lui in un vincolo di fraterna appartenenza perché bere equivale appunto ad assumere per vivere. Alla pari che con la Samaritana, il simbolo dell'acqua viva ci aiuta però anche ad eiminare le barriere di divisione e di intolleranza che ancora non di rado sussistono fra i popoli e fra i singoli soggetti umani e a considerarci l'un l'altro destinatari degli stessi diritti di uguaglianza e di libertà affinché cessino le ragioni di fondo delle ostilità e si realizzi in pieno il clima della pace e della giustizia universale. Sempre nel brano di Vangelo odierno egli ci invita a mietere laddove lui ha seminato, cioè a raccogliere i frutti del seme di amore e di giustizia che la sua Buona Novella ha arrecato a tutti con la sua venuta; i frutti cioè della fede e della speranza che vengono alimentati dal sano abbevera mento dell'acqua di vita che è egli stesso. E l'invito e rivolto a tutti, indistintamente. |