| Omelia (27-03-2011) |
| CPM-ITALIA Centri di Preparazione al Matrimonio (coppie - famiglie) |
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È impossibile commentare adeguatamente, nel breve spazio a nostra disposizione, la splendida pagina dell'Evangelo di Giovanni che oggi la Chiesa propone alla nostra meditazione. Ci limiteremo dunque a qualche rapida suggestione, rimandando per una riflessione più accurata all'annata 2008 di Famiglia Domani dedicata, in tutti i suoi quattro numeri, proprio a questo brano. In esso, due figure campeggiano imponenti: Gesù e la donna di Samaria. In mezzo a loro, un pozzo. E una richiesta esplicita del Maestro: "Ho sete, dammi da bere". Esprimere la propria sete è uno dei primi gesti umani, come sanno bene i genitori di un bimbo piccolo. La sete di Gesù è sicuramente la sete di un uomo affaticato da un lungo cammino, ed ora seduto ai bordi di un pozzo, oppresso dalla calura. È sete di acqua fresca, richiama e anticipa la sete espressa con voce flebile sulla Croce, prima di "rendere lo Spirito". Ma è anche qualcosa di più. Ed è una figura della ricchezza simbolica dell'Evangelo di Giovanni. Pur con il rischio di apparire riduttivi, ci soffermeremo su di essa per cogliere anche quegli aspetti che più interessano la famiglia. La sete esprime un bisogno primario dell'organismo umano. Si può stare alcuni giorni senza mangiare, non senza bere. È un bisogno legato all'esistere, alla sopravvivenza. Attraverso la sete, l'uomo e la donna percepiscono la propria creaturalità e il proprio limite e sono indotti a cercare fuori di sé l'appagamento di un desiderio vitale. La sete è una figura religiosa, forse la più importante delle figure religiose. Proviamo a entrare un po' in essa. Ogni uomo e ogni donna sono - per utilizzare un'espressione di Agostino - capax Dei, sono cioè abilitati ad aprirsi alla Trascendenza (nei modi più vari, nelle circostanze più imprevedibili che a nessuno di noi è dato di conoscere in profondità). Dio parla alla coscienza di ogni soggetto - Giovanni dice in Spirito e verità - e questo richiede da parte dell'essere umano un ascolto attento. In questo orizzonte - che è l'orizzonte pasquale - esprimere la propria sete rappresenta la suprema invocazione di ogni uomo, di ogni donna e di ogni famiglia, ma anche di tutta una creazione fragile, cauzionata dal male e dalla colpa: un'invocazione spesso angosciosa, spesso tragica, talvolta addirittura imprecante. L'acqua capace di estinguere questa sete non è quella fresca attinta dal pozzo. Essa ne è però il simbolo che richiama un'altra acqua, il dono di Dio. Esprime bene questo concetto il salmo 62: "O Dio, tu sei il mio Dio, dall'aurora io ti cerco, ha sete di te l'anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz'acqua" (v.2). Gesù dunque è seduto presso il pozzo. Arriva la donna di Samaria. E Gesù diventa egli stesso pozzo. Si offre gratuitamente come acqua che disseta, per sempre, non come l'acqua del pozzo di Giacobbe che estingue solo provvisoriamente la sete fisica. "Se tu conoscessi il dono di Dio...". Un "dono" gratuito, appunto, se no che dono sarebbe?, totalmente immeritato, non garantito da un diritto, che non prevede una restituzione, che non è elargito come ricompensa per una vita "virtuosa" (e ci sarebbe molto da discutere su questo termine per liberarlo da tutte le incrostazioni ideologiche con le quali, nel tempo, lo abbiamo ricoperto). Da questo dono gratuito nasce una creatura nuova, umile e grata al suo Signore, il quale non "compera" mai gli alleati e i sostenitori, ma li fa rinascere, dall'acqua, appunto. Per questo il dono di Dio fonda la Chiesa; non i riti, non i patteggiamenti subdoli con il potere politico, non una misericordia proclamata a parole e negata nei fatti fondano la Chiesa, ma solo il dono gratuito di Dio. Questo è l'orizzonte pasquale, non altri fuorvianti. In esso c'è questa straordinaria coincidenza - sulla quale dovremmo meditare più spesso - di Cristo che prima di effondere il suo Spirito esprime la sua sete di senso per una umanità impazzita che non impara mai nulla dalla severa lezione della storia, e la sete di tutti gli esseri umani che, dal canto loro, esprimono tutta la loro fatica dell'esistere: uomini e donne di ogni tempo e di ogni stagione che Gesù incontrerà, il sabato santo, il giorno del grande silenzio anche di Dio, nella "discesa agli inferi". Una fatica soprattutto di tante famiglie espressa attraverso tante "seti" mai soddisfatte, spesso banalizzate da chi ha già tutte le risposte a tutte le domande. Per questo la "sete" è anche una figura umana. La sete della stabilità, in un mondo precario sul piano del lavoro, sul piano degli affetti, sul piano delle relazioni sociali ed economiche. La sete della concretezza e della trasparenza che vanno intercettate da chi ha il dovere di farlo, i governi e la Chiesa. Mettere in atto azioni discriminatorie e punitive nei confronti delle famiglie cosiddette "irregolari" non va certo in questa direzione, e neppure promettere a parole aiuto e misericordia e marginalizzare di fatto alcune categorie familiari. È bene non lasciarsi incantare da chi difende solo a parole la famiglia, organizzando magari raduni oceanici. La sete di comprensione e di solidarietà. È l'esperienza della Samaritana che ha incontrato una persona viva, Gesù, capace di cogliere tutta la fatica dell'esistere, in lei "costretta" dalla sua situazione anomala a venire al pozzo nell'ora più calda della giornata, quell'ora sesta in cui le persone "normali" si apprestano a sedersi a tavola. Gesù non ha rifiutato l'incontro, ha accettato la donna com'era e non come (forse) avrebbe voluto che fosse. Molte coppie e molte famiglie vivono oggi una terribile delusione: percepire cioè l'esilio dal cuore dei cristiani, o almeno di coloro che si professano tali, spesso più attenti formalmente alle 597 domande del Catechismo della Chiesa Cattolica, che non ai valori reali che esse dovrebbero incarnare; e accorgersi che per molti amare l'essere umano significa tenersene separati, separarsi dai loro problemi reali, dai loro drammi, dalle loro fatiche. Gli uomini e le donne del nostro tempo, stanchi ed assetati per un cammino quanto spesso tortuoso, che ha lasciato sul loro volto tracce di polvere e di sudore, hanno il desiderio profondo di incontrare persone vive, capaci di dare loro accoglienza e ristoro, non giudizi e condanne. Trovare qualcuno che offra loro da bere, e faccia loro un po' di compagnia sulla strada che devono ancora percorrere. Qualcuno libero dalle molte ossessioni che oggi serpeggiano nelle nostre comunità, prima fra tutte quella della sessualità. La misericordia è l'atteggiamento di ogni cuore umile, povero e accogliente. Luogo di incontro tra due cuori assetati. Deve essere l'atteggiamento della Chiese che, in caso contrario, non rischia come un tempo di fronteggiare le eresie, ma l'insignificanza. Siamo capaci di questo ascolto? Sete come figura religiosa, dunque, e come figura umana. Gesù stesso ce ne propone una sintesi nell'incontro con la Samaritana. L'incontro tra due "nudità, tra due fatiche, tra due seti. Forse è utopico sognare una Chiesa così, in cui la povertà del Cristo si incontra con la povertà umana e si fa irrinunciabile modello ecclesiologico. Ci resta la difficile virtù della speranza. Ciò che tarda avverrà. TRACCIA PER LA REVISIONE DI VITA 1. Abbiamo attraversato anche noi momenti di difficoltà, di crisi, di "sete"? 2. Come abbiamo affrontato questi momenti? Abbiamo trovato persone che ci hanno accompagnato nel cammino? 3. Abbiamo trovato una comunità ecclesiale accogliente, o abbiamo vissuto, oltre alla nostra, anche la fatica dell'emarginazione? Commento a cura di Luigi Ghia |