| Omelia (13-02-2011) |
| padre Paul Devreux |
|
Anche oggi continuiamo a leggere il grande discorso della montagna e mettiamo l'accento sui versetti 17 e 20: "Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento" e "Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli." La giustizia degli scribi e dei farisei era ottima, anche se a volte Gesù condanna i farisei per la loro ipocrisia e falsità. Era quanto di meglio si potesse trovare a quei tempi perché era il tentativo di mettere in pratica i dieci comandamenti. Infatti Gesù non vuole abolirla ma solo completarla, dargli pieno compimento. I Dieci comandamenti invitavano l'uomo a temere Dio e il suo prossimo, stando attenti a non offendere Dio e a non fare del male al prossimo. L'impianto giuridico che avevano costruito puntava a mettere in pratica questi comandamenti. E' rimasta famosa per esempio la norma che diceva: occhio per occhio, dente per dente, che era già molto meglio che permettere a chi aveva ricevuto un male relativamente grave, di punire il colpevole uccidendolo. E la differenza che c'è tra il vendicarsi, che è sempre sproporzionato, e il pretendere giustizia. Gesù vuole migliorare queste leggi con un nuovo comandamento: quello dell'amore, che c'invita non solo a temere Dio e rispettare il prossimo, ma ad amare Dio e il prossimo, il che si attualizza cercando di fermare il male perdonando chi l'ha fatto con lo scopo di provare a rilanciare la vita in chi, di per sè, non ne avrebbe più diritto. La legge va applicata per fermare chi fa del male, ma va poi migliorata cercando di aiutare non solo chi ha subito un torto, ma anche chi l'ha fatto. Questo pero è molto faticoso. Quando poi Gesù dice: "...non entrerete nel regno dei Cieli", penso che se sbaglio non andrò in paradiso, ma forse Gesù intendeva un'altra cosa. Intendeva dire che chi non si sforza a mettere in pratica il suo Vangelo, non entra sin d'adesso nel suo regno, non vive l'esperienza del suo regno già in questa vita. Esempio: qualcuno mi dà un pugno. Se reagisco ammazzandolo di botte, questo è una vendetta. Se reagisco dandogli un pugno anche io o pretendendo che la giustizia costituita lo faccia per me dandogli una pena equivalente al danno subito, è già molto più civile e giusto. Terza possibilità: provo a mettere in pratica il Vangelo cominciando col domandare a questo tale perché mi ha dato un pugno, quale male gli ho fatto per meritare questo o quale male ha ricevuto da altri, o bene non ricevuto, per arrivare a comportarsi cosi. Dal dialogo può nascere la comprensione e il perdono; unica via per bloccare una spirale di violenza, una catena di malessere che altrimenti può diventare inarrestabile. Il male porta male come il bene porta bene. Il problema che Gesù si pone è come passare dal male al bene sapendo che la giustizia si limita a provare a fermare il male. Altro esempio: qualcuno fa del male. Devo collaborare affinché sia fermato e messo in prigione, per tutelare le vittime, ma dopo, se desidero che questa persona non ricominci a fare del male quando esce, devo andare a trovarlo in prigione e fare tutto il possibile perché cambi e gli venga voglia di fare del bene e non più del male. Questo è vivere il regno di Dio oggi e può essere appassionante. |