| Omelia (13-02-2011) |
| Ileana Mortari - rito romano |
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Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento All'inizio dell'odierna pericope troviamo un'affermazione basilare del vangelo di Matteo e anche del Nuovo testamento nel suo insieme: "Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento." La solenne frase di Gesù si pone come risposta a un grosso problema e interrogativo, che, come sempre nei vangeli, possiamo cogliere a due livelli: il tempo storico del Nazareno e quello dell'evangelista. Al tempo della predicazione del Maestro è certo che gran parte della polemica dei farisei nei suoi confronti era determinata da un certo fraintendimento o dubbio: quest'uomo che viola il sabato, che si dimostra così sovranamente libero, come la mette con la Legge? Quest'uomo che sta con i peccatori e i pubblicani, e non osserva le regole della purità, crede o no alla Legge di Mosè? Quanto al tempo della redazione del primo vangelo (anni 80-90 circa), la situazione si poneva in questi termini. Il giudaismo, persa ogni consistenza politica e territoriale a causa della guerra del 70 (che si era conclusa con la distruzione di Gerusalemme), era tutto preso a serrare le fila intorno alla Legge, ad espellere dalla sinagoga gli eretici nazirei (cioè i seguaci di Cristo) e a stabilire il canone delle proprie Scritture. Ora i cristiani provenienti dal giudaismo (che costituivano la maggioranza della comunità matteana) si interrogavano con grande preoccupazione circa l'osservanza della Torah: il nuovo insegnamento del Rabbi di Galilea la aboliva o no? Era mai possibile che la Legge, base granitica della fede di Israele, venisse anche solo in parte vanificata? E soprattutto, qual era l'originalità cristiana nei confronti della rinnovata ortodossia giudaica? Ora, la risposta che Matteo mette sulla bocca di Gesù, rivolta sia ai contemporanei di Cristo che ai fedeli della fine del I° secolo, è la seguente: non viene abolita la Legge, anzi! "Sono venuto a darle pieno compimento", afferma Gesù. Per la verità il termine italiano usato per la traduzione è un po' fuorviante: il "compimento" fa pensare a qualcosa di "incompiuto". Invece il verbo greco "pleròo" corrisponde anche a "valorizzare", "realizzare", "adempiere". Ad esempio Umberto Neri, ne "Il Discorso della montagna" (Ancora 1998) sceglie "adempiere", perché "l'adempimento dice la realizzazione delle Scritture nell'evento riguardante in particolare il Cristo. Non vuol dire cioè Visto che l'espressione "la Legge e i Profeti" indica tutta la Scrittura nel suo insieme, qui Gesù afferma esplicitamente che Egli non è venuto ad "abolirla", cioè ad abrogarla, vanificarla, dichiararla scaduta (e si vedano a questo proposito i vv.18-19), ma appunto ad adempierla, o anche a valorizzarla mediante il suo esempio di vita e il suo insegnamento, a mantenerla in vita portandola però alla sua pienezza, a interpretarla in modo nuovo. Come risulta anche da altri passi del N.T., Gesù è venuto perché il popolo, frastornato dal numero spropositato di precetti che i rabbini avevano estratto dalla Torah (613!!!), fosse ricondotto al cuore, all'essenziale della Legge stessa, che è la rivelazione dell'amore di Dio e della sua volontà di bene per l'uomo. Fondamentale in tal senso è il passo di Matteo 22,37-40: dall'amore di Dio e dall'amore del prossimo dipendono tutta la Legge e i Profeti. Ora la Legge deve essere completamente illuminata e rivalutata dall'annuncio di Gesù; Egli ne è l'interprete e il promulgatore definitivo, tant'è vero che aggiunge subito: "se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli." (v.20) "GIUSTIZIA è la volontà stessa di Dio, in due sensi: ciò che Dio vuole fare per noi (= il suo buon volere) e ciò che Dio vuole che noi facciamo per Lui e con Lui. Il giusto è colui che accoglie la volontà di Dio e ad essa conforma l'intera sua vita, nelle tre direzioni in cui si sviluppa la vita relazionale di ogni soggetto umano: il rapporto con Dio, il rapporto con gli altri e il rapporto con le cose. Quando questi rapporti sono autentici, l'uomo è giusto" (P. Tremolada). Tale giustizia - dice Gesù - deve essere superiore a quella dell'Antica Alleanza. In che senso? Il Maestro lo esemplifica abbondantemente nelle 6 "antitesi" che seguono: "Avete inteso che fu detto agli antichi.......Ma io vi dico....." Anche qui occorre un chiarimento a proposito della traduzione; l'originale greco introduce la novità delle parole di Gesù con un "dè", che non ha valore avversativo ("ma"), bensì di collegamento, cioè: fu detto (passivo teologico che sottintende: da Dio); e ORA io vi dico: non c'è opposizione tra il dire di Dio nell'Antico Testamento e il dire di Gesù nel Nuovo! C'è novità nella continuità. E' poi da notare la forza dirompente e scandalosa delle parole di Gesù: mai un rabbi avrebbe osato contrapporre il suo insegnamento a quello della Legge! Si trattava di una novità inaudita, possibile solo a Colui che fosse veramente il Figlio di Dio. Ora, che il Nazareno avesse in sé una sapienza e un'autorità divine lo si vede bene dal seguito del discorso, che affronta in modo nuovo e assai più profondo i doveri verso il prossimo, esemplificando appunto una giustizia qualitativamente superiore a quella dell'Antica Alleanza, perché l'interpretazione della Legge va nella linea della spiritualizzazione e interiorizzazione e della Legge stessa: Gesù radicalizza il significato dei precetti, cioè vuole che la nostra coscienza ne colga il senso più profondo, il valore essenziale, senza che ci limitiamo ad un'osservanza esteriore e superficiale. I Giudei si erano costruiti una sorta di "gabbia dorata", sicura, cioè una serie lunghissima e minuziosa di precetti e imposizioni, così da poter dire a Dio, come ad un controllore inflessibile: "Ho fatto proprio tutto. Sono perfettamente a posto. Non ho niente da rimproverarmi!" Gesù infrange questa falsa sicurezza; la nuova giustizia infatti non consiste nell'accumulare azioni in vista del merito, ma nell'essere sempre più a immagine del Padre, che è Amore, e solo quella dell'amore è la norma davvero "radicale" della Legge. E allora il 5° comandamento non riguarda solo l'omicida vero e proprio, ma anche colui che con la collera interiore, la calunnia e l'ingiuria, l'offesa e la diffamazione, vorrebbe dentro di sè "togliere di mezzo" una persona che lo infastidisce. Analogamente, non basta astenersi dall'adulterio "in facto"; oltre alle azioni, per Gesù contano anche le intenzioni negative, perché sono mancanze di carità e violano quel comandamento dell'amore che - come visto - sta alla base di tutti i comandamenti. |