| Omelia (13-02-2011) |
| mons. Roberto Brunelli |
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I rischi della libertà La rivelazione che Dio ha fatto di sè, e che troviamo raccolta principalmente nella Bibbia, è stata progressiva; non è avvenuta tutta in una volta, ma si è andata ampliando e approfondendo nel corso dei secoli. Un po' come avviene nell'arco dell'istruzione scolastica: gli studi successivi non annullano le nozioni apprese alle elementari, ma le ampliano e approfondiscono. Nella sua infinita bontà, Dio si è rivelato poco a poco, dando agli uomini il tempo di assimilare gradualmente realtà cui la sua sola intelligenza non arrivava. L'apice della rivelazione divina è avvenuto con Gesù, il quale perciò afferma, nel brano evangelico odierno (Matteo 5,17-37), di non voler cancellare "la Legge o i Profeti", cioè quanto era già stato rivelato nell'Antico Testamento: "Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento". E ne porta subito quattro esempi, relativi alle norme che i suoi ascoltatori già conoscevano, circa l'omicidio, l'adulterio, il divorzio e i giuramenti. Non basta, dice Gesù, una loro osservanza esteriore e minimalista; a Dio si aderisce con tutto il cuore, in ogni aspetto della vita e dei rapporti con gli altri. Perciò non basta non uccidere: anche adirarsi o offendere gli altri va contro il comandamento. Non basta evitare l'atto fisico dell'adulterio: "chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore". Nella legislazione ebraica si era introdotto il divorzio: in proposito Gesù ripristina la volontà di Dio, che non lo ammette. Gli antichi erano facili ai giuramenti, con cui chiamavano Dio a garante di quanto dicevano; Gesù comanda invece di non giurare affatto: un uomo deve dare verità alle sue parole, limitandosi a dire sì quando è sì, no quando è no. Questi, come molti altri insegnamenti del vangelo che scrutano le profondità della coscienza e le più riposte pieghe del cuore, difficilmente l'uomo li avrebbe compresi da sé. Altri poi, relativi alla natura stessa di Dio e alla missione terrena del suo Figlio, pur se fondamentali per l'uomo sarebbero fuori della sua portata: li si conosce soltanto perché lui stesso li ha rivelati. Ecco la ragione per cui, nella seconda lettura di oggi (1Corinzi 2,6-10), Paolo può scrivere che "parliamo sì di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo. Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio". L'opera di Dio è di una grandiosità e di una bellezza sconvolgente. Egli ha creato l'uomo, e - unica tra le creature - l'ha dotato di intelligenza, per potere così dialogare con lui, esporgli le sue confidenze, metterlo a parte di realtà che l'uomo da solo non avrebbe potuto neppure immaginare. Quale benignità, da parte di Dio, e quale onore, per l'uomo! Il fatto che Dio gli si riveli manifesta come meglio non si potrebbe l'importanza, la dignità, la grandezza insita in ogni essere umano. La sua grandezza, tuttavia, implica una componente drammatica: i rischi della libertà. Dio ci ha creati liberi, e come tali ci tratta; non ha creato dei computer o dei robot, programmati per eseguire solo i suoi comandi, ma esseri pensanti e autonomi, capaci di scegliere: persino scegliere se aderire o no a Lui. Egli non ci costringe; possiamo anche rifiutarlo, e procedere come pare a noi, con la nostra solo umana "sapienza": ma conviene valutare dove essa ci può condurre, e dove invece ci porta quell'altra sapienza di cui parla l'apostolo, quella cui da soli non potremo mai giungere, quella donata a quanti scelgono di affidarsi a Lui: in altri termini, per dirla ancora con l'apostolo, donata a "coloro che lo amano". |