| Omelia (13-02-2011) |
| don Luca Orlando Russo |
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Se la vostra giustizia... Il testo evangelico di questa domenica ci conduce al centro della nostra esperienza di fede. Potremmo dire che con questa liturgia siamo vicinissimi al cuore della rivelazione neotestamentaria. Sì, perché la grande e unica novità del NT sta proprio nella rivelazione di Dio che ama gli uomini fino-alla-morte. Gesù nel testo evangelico di oggi non menziona l'amore-fino-alla-morte, ma parla di una serie di novità che, senza aver compreso cosa significa amare-fino-alla-morte, risultano incomprensibili o addirittura eccessive. È facile concludere che anche l'AT intravede e, talvolta, raggiunge quella misura di "amore" di cui parla Gesù nel brano evangelico di oggi. Eppure Gesù ci invita a superare una giustizia che può apparire già difficile da vivere. Il problema nasce dalla constatazione che noi cristiani, purtroppo, abbiamo un'esperienza di fede che ormai non si nutre più della contemplazione della morte e della risurrezione di Gesù, e allora già una giustizia fondata sui comandamenti ci appare tanto. E, di fatto, già tanto lo è se non abbiamo molta, ma molta confidenza con la Buona Notizia. Non si può certo comandare, imporre a tutti una condotta di vita conforme a quella che si trova nella pagina evangelica. Volesse il cielo che tra noi uomini vigesse come norma da tutti rispettata non uccidere o non commettere adulterio o non giurare il falso. Il nostro sarebbe un mondo molto più fraterno e le nostre relazioni sarebbero governate dal rispetto reciproco. Voi mi direte che nessuno di quelli che leggono si è mai sognato di uccidere o, chi è sposato, di tradire il proprio partner o di giurare il falso. Oggi mi chiedo con voi: come mai a questo mondo, di amici che meritano questo appellativo, ciascuno di noi ne ha veramente pochi? Forse può contarli sulle dita di una mano, e diciamo pure che se può impiegare tutte le dita di una mano è veramente fortunato. Nel nostro vivere quotidiano facciamo spesso l'esperienza che buona parte degli amici, se non tutti, si volgono in nemici. Non è guerra dichiarata, ma sentiamo il bisogno di difenderci da molti di quelli che un tempo consideravamo nostri amici. Non possiamo negare che questo non dipende solo dagli altri, a volte anche noi abbiamo fatto la nostra parte. Ci siamo difesi aggredendo per primi, attaccando prima che l'altro abbia avuto il tempo di capire le nostre intenzioni, non sempre benevole. La paura di finire ancora una volta perdenti, spesso ci costringe ad affilare le armi e, prima che l'altro sferri il suo attacco, ci lanciamo con forza nel nostro, senza risparmiare colpi. È una guerra i cui effetti stanno sotto i nostri occhi tutti i giorni e ne sperimentiamo, chi più chi meno, le conseguenze catastrofiche. Un diffuso senso di solitudine riempie tutte le nostre giornate. Anche se siamo diventati così bravi a combattere da uscirne quasi sempre vincitori, risultiamo tutti perdenti. Ci vorrà, forse, umiltà, ma dobbiamo riconoscerlo: se non vogliamo cadere nell'abisso della solitudine, non abbiamo altra strada che quella di una comprensione più profonda di cosa significa amare l'altro e forse Gesù ha ragione quando dice che per entrare a far parte di una dimensione nuova (il regno dei cieli) dove la fraternità è il fondamento, ci vuole qualcosa di più: cercare la riconciliazione con tutti, anche con i nemici. Questa ricerca, ammonisce Gesù, viene prima di qualsiasi atto di culto, anzi ne è il presupposto necessario. Dove trovare la forza per rinunciare al giudizio e cercare, anche con chi si mostra ostile, la fraternità? La risposta è stata, è e sarà sempre nella contemplazione dell'Amore di Colui che ci ha amato fino-alla-morte. |