Omelia (23-11-2008)
Paolo Curtaz




Matteo, con la scomoda pagina del giudizio finale, ci saluta e ci provoca. Il Dio che egli ha seguito, lasciando tutto, trent'anni prima, colui che è divenuto suo re (non Cesare, che gli dava danaro e potere, ma gelo nel cuore) si identifica con gli sconfitti della storia, con i perdenti di tutti i tempi, con noi poveri. Il re si traveste nello straccione che mendica fuori dalla porta del palazzo, nell'escluso di sempre, nello straniero, nel povero pieno di soldi ma mendicante di umanità, nel solo e nel depresso, nel carcerato in attesa di giudizio (non specifica se innocente!), nell'inatteso. Non voglio entrare nel merito, so da me che molti si fingono poveri, che molti vivono di espedienti, che non è facile aiutare chi è povero. Vi parlo di cuore, non di politica, vi parlo di vedere nel fratello che mi sta sulle tasche, nell'antipatico dell'ufficio, addirittura nel pazzo kamikaze, una scintilla del sorriso di Dio. Alla fine dei tempi, davanti al Cristo in maestà che succederà? Il Signore ci chiederà se lo avremo riconosciuto, nel povero, nel debole, nell'affamato, nel solo, nell'anziano abbandonato, nel parente scomodo. Sì: avete capito bene. Il giudizio sarà tutto su ciò che avremo fatto. E sul cuore con cui lo avremo fatto. La fede è concretezza, non parole, la preghiera contagia la vita, la cambia, non la anestetizza, la celebrazione continua nella città, non finisce nel Tempio.