| Omelia (12-10-2008) |
| Paolo Curtaz |
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Il Regno di Dio, ci spiega Matteo, è una bella festa di nozze riuscita. Una festa bella perché composta da persone belle, che si vogliono bene, che gioiscono per la gioia degli altri. Ecco, dice Gesù: la presenza di Dio è qualcosa di simile. Il Dio di Gesù invita l'umanità ad un splendida festa di nozze in cui lo sposo è Gesù stesso. Ma allora - scusate - perché molti pensano alla fede come al più triste dei funerali? La sfida del cristianesimo nel terzo millennio è passare da una fede crocefissa ad una fede risorta, perché la gioia cristiana è una tristezza superata, il partecipare al banchetto nuziale che inizia qui e finirà nell'eterno cuore di Dio. Ma, lo sappiamo, l'amore lascia liberi. Dio, il grande amante, si pone un limite rispettando la libertà degli uomini, non viola la nostra privacy, la sua presenza è discreta, il suo invito stenta a farsi udire in mezzo al frastuono delle nostre città. E, in effetti, l'invito cade nel vuoto. Le scuse, oggi come allora, sono sempre le stesse: non ho tempo, non è il momento, ci penserò. Come se ci fosse qualcosa di più importante, nella vita, dello scoprirsi amati da Dio! Non si scoraggia, il padrone dell'Universo: sono invitate persone sconosciute, barboni e rom, prostitute e alcolisti. Dio ribalta le posizioni sociali e i ruoli: nel Regno non conta chi è riuscito, ma chi accetta di partecipare al banchetto. Ancora una volta il Signore ci chiede di non sederci sulla nostra fede, di non pensare di avere acquisito delle posizioni di privilegio, ma di avere sempre un cuore da mendicanti, pieno di stupore. Per accorgerci, insieme alla comunità, di avere il privilegio di essere ospiti di Dio. |